Il 14 settembre 2026, a Napoli, le botteghe del presepe di via San Gregorio Armeno hanno chiuso fino alle 14 in segno di protesta. La mobilitazione è stata indetta per esprimere il timore degli artigiani verso l'apertura di nuovi negozi non legati alla tradizione presepiale, che minaccerebbero l'identità del vicolo, celebre per la produzione di pastori e statuine. Cartelli sulle serrande chiuse richiamavano la difesa della storia e dell'identità del luogo. Numerosi turisti hanno trovato le attività dell'arte presepiale inattive.
La mobilitazione degli artigiani
La protesta simbolica è stata promossa dall’associazione “Le Botteghe di San Gregorio Armeno”, con Vincenzo Capuano alla guida e Gabriele Casillo portavoce. Gli artigiani contestano la sostituzione delle botteghe storiche con attività estranee alla cultura del presepe. Chiedono un confronto stabile con Comune e Regione, insieme a vincoli e strumenti per la tutela del patrimonio immateriale del vicolo. La mobilitazione non si oppone allo sviluppo economico, ma chiede di governare i cambiamenti che riguardano la strada e la sua funzione di laboratorio artigiano.
La preoccupazione immediata riguarda botteghe sfitte, con l'ipotesi che una possa diventare un rivenditore di souvenir economici.
Gli artigiani temono una perdita d'identità della strada, dove la produzione di pastori e presepi è l'elemento distintivo. La mobilitazione ha anche richiamato gli effetti di overtourism, speculazione immobiliare e commercio standardizzato nell’area.
L'intervento del Comune di Napoli
Nel pomeriggio, il Comune di Napoli ha rassicurato gli operatori. L’assessora Teresa Armato ha definito San Gregorio Armeno “un patrimonio unico al mondo” e ha ricordato l'esistenza di regole specifiche, varate in passato, per tutelare la strada da omologazione e speculazione commerciale. Tali norme sono volte a difendere le attività di produzione e vendita legate all’arte presepiale, salvaguardandone autenticità e valore storico-culturale.