Quattro persone sono state raggiunte da un'ordinanza di custodia cautelare in carcere a Trapani, il 14 ottobre 2026, con l'accusa di estorsione e rapina aggravata. Il provvedimento, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), è stato eseguito dai Carabinieri di Alcamo, supportati dai colleghi del Nucleo Investigativo Regionale (NIR) di Palermo. Tra i destinatari dell'ordinanza, tre erano già detenuti per altre cause, mentre un quarto si trovava in regime di semilibertà.

L'indagine ha fatto luce su un presunto sistema di richieste estorsive che sarebbero partite anche dalla casa circondariale di Favignana.

Gli investigatori hanno contestato l'utilizzo di utenze telefoniche e apparati cellulari introdotti e detenuti illecitamente all'interno dell'istituto penitenziario. L'esecuzione delle misure cautelari ha interessato diverse località: Favignana, Augusta e San Cataldo, luoghi correlati alla posizione degli indagati e alla loro condizione detentiva o di semilibertà.

Gli accertamenti coordinati dalla Procura di Trapani

L'attività investigativa, meticolosamente coordinata dalla Procura di Trapani, ha preso il via nel febbraio 2026 e si è protratta per un periodo di circa tre mesi. Gli accertamenti si sono avvalsi di una serie di strumenti investigativi, tra cui intercettazioni telefoniche, riprese video e servizi di osservazione sul territorio.

Il primo soggetto attenzionato dall'indagine è stato un pregiudicato originario di Alcamo, che al momento dei fatti si trovava recluso nella casa circondariale di Favignana. Le successive verifiche hanno poi esteso il raggio d'azione agli altri tre indagati, anch'essi detenuti nello stesso carcere nel medesimo periodo.

La contestazione mossa dalla Procura riguarda specifiche "attività estorsive messe in atto direttamente da detenuti" che, secondo la ricostruzione, "utilizzavano utenze telefoniche e apparati telefonici introdotti e detenuti illecitamente". Questo quadro investigativo attribuisce un ruolo di primaria importanza alle comunicazioni partite dall'interno del carcere di Favignana, considerate dagli inquirenti uno strumento fondamentale per le richieste di denaro rivolte alla persona offesa.

Le minacce e la videochiamata dalla prigione

In un'occasione specifica, il principale indagato avrebbe incaricato gli altri tre complici, in quel momento beneficiari di un permesso, di rintracciare la persona offesa. L'obiettivo contestato era quello di far effettuare una videochiamata dalla prigione di Favignana. Questa modalità, secondo gli investigatori, mirava a rendere più concrete e percepibili le ritorsioni prospettate, rafforzando così la pressione e la richiesta estorsiva. La complessiva ricostruzione investigativa include anche episodi di minacce e violenze, talvolta di natura fisica, perpetrate nei confronti della vittima.