Il tribunale di Roma ha sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nel procedimento che vede coinvolta Daniela Santanchè, senatrice ed ex ministra, accusata di diffamazione. La querela è stata presentata da Giuseppe Zeno, azionista di minoranza di Visibilia Editore Spa. La decisione del giudice monocratico romano arriva in seguito al voto del Senato, avvenuto nel luglio 2026, che aveva negato l’autorizzazione a procedere contro la senatrice, riconoscendo l’insindacabilità delle dichiarazioni da lei pronunciate in Aula.

La giudice Emilia Conforti ha disposto la trasmissione degli atti alla Consulta, chiedendo esplicitamente di stabilire “che non spettava al Senato la valutazione della condotta addebitabile alla senatrice Santanchè”. Questa iniziativa giudiziaria mette in discussione la prerogativa parlamentare in merito all'insindacabilità delle opinioni espresse dai membri del Parlamento. La difesa della senatrice aveva precedentemente richiesto il non luogo a procedere, basandosi proprio sulla delibera parlamentare. Il procedimento giudiziario è ora sospeso, in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale sul corretto riparto di attribuzioni tra l'autorità giudiziaria e il Senato, specificamente in relazione alle dichiarazioni oggetto del contendere.

Il procedimento per diffamazione a carico di Santanchè

Il cuore della vicenda processuale riguarda affermazioni pronunciate da Daniela Santanchè all'interno del Senato, rivolte a Giuseppe Zeno. L'accusa di diffamazione è stata mossa nei confronti dell'azionista di minoranza di Visibilia Editore Spa. Le dichiarazioni contestate risalgono a un intervento del 5 luglio 2023 nell'aula di Palazzo Madama, durante il quale la senatrice affrontò il tema dell'inchiesta giudiziaria che la riguardava personalmente e che coinvolgeva anche società a lei collegate.

Nel corso di quel discorso, la senatrice Santanchè fece specifici riferimenti a Zeno, menzionando presunte manovre e proposte che lei stessa definì inaccettabili.

Tra le espressioni oggetto del procedimento, riportate anche negli atti giornalistici della vicenda, spicca il riferimento a “inverosimili e oscure manovre”. La Procura ha inoltre contestato un'aggravante significativa: l'attribuzione di un fatto determinato e la diffusione di tali dichiarazioni attraverso il canale YouTube ufficiale del Senato, ampliandone così la portata e la risonanza pubblica.

Il nodo cruciale del voto del Senato sull'insindacabilità

Il punto focale della controversia, e la ragione del ricorso alla Consulta, risiede nella decisione del Senato. Nel luglio 2026, l'assemblea parlamentare aveva riconosciuto l'insindacabilità delle opinioni espresse in Aula dalla senatrice e, di conseguenza, aveva negato l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti.

Su questa base giuridica, la difesa di Daniela Santanchè aveva presentato istanza al giudice, chiedendo di prendere atto della determinazione parlamentare e di dichiarare il non luogo a procedere per la senatrice. La questione ora è demandata alla Corte Costituzionale, che dovrà pronunciarsi sulla legittimità di tale voto e sulla corretta interpretazione dell'articolo 68 della Costituzione, relativo all'insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni.