Ogni volta che la voce di un giornalista viene spenta con la violenza, a morire è anche il diritto dei cittadini a essere informati. Il 2 novembre si è celebrata la Giornata internazionale per porre fine all'impunità per i crimini contro i giornalisti, una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite che quest'anno l'ONU descrive sotto una luce ancora più drammatica e complessa. I dati raccolti dall'UNESCO delineano uno scenario allarmante: dal 1993 a oggi, più di 1.700 reporter hanno perso la vita soltanto per aver fatto il proprio lavoro, e in ben nove casi su dieci gli assassini non hanno mai affrontato un tribunale.
La minaccia tecnologica e i conflitti armati
I dati più recenti mostrano un'inversione di rotta nei progressi globali della sicurezza, trainata dal drammatico aumento dei reporter uccisi nei teatri di guerra. Tra il 2024 e il 2025 si è registrato un incremento del 20% dei decessi rispetto al biennio precedente, con ben 189 operatori dei media che hanno perso la vita sul campo.
Due terzi di queste morti sono avvenuti all'interno di conflitti armati, dove la minaccia ha cambiato volto: il 40% delle vittime è stato colpito da attacchi tramite droni. Questo evidenzia come le nuove tecnologie e le armi di ultima generazione stiano trasformando radicalmente i rischi per chi si trova in prima linea per documentare la realtà.
La regione degli Stati Arabi è risultata quella con il più alto tasso di omicidi di giornalisti.
Oltre l'omicidio: violenza di genere e bavagli giudiziari
La censura non si esprime solo attraverso la violenza fisica estrema. Il giornalismo indipendente è sotto attacco tramite una pluralità di strumenti di pressione, che vanno dalle intimidazioni quotidiane ai sequestri, fino alle persecuzioni legali note come SLAPP (le cosiddette querele temerarie, utilizzate per soffocare il giornalismo d'inchiesta tramite richieste di risarcimento insostenibili).
Una minaccia silenziosa ma pervasiva colpisce in modo particolare le donne giornaliste, bersaglio prediletto di feroci campagne d'odio online. Secondo le indagini dell'UNESCO, il 73% delle intervistate ha subito minacce, insulti e molestie digitali direttamente collegate alla propria professione.
Il prezzo dell'impunità per la democrazia
Quando un attacco contro la stampa non viene punito, il danno si estende a tutta la società civile. L'impunità genera un pericoloso "effetto raggelante": alimenta la paura, spinge all'autocensura e di fatto copre casi gravissimi di corruzione, criminalità organizzata e violazioni dei diritti umani che nessuno avrà più il coraggio di denunciare.
Nonostante l'esistenza del Piano d'azione delle Nazioni Unite sulla sicurezza dei giornalisti, che ha permesso di attivare meccanismi di protezione in almeno 50 Paesi, l'86% dei fascicoli aperti per l'omicidio di un reporter dal 2006 a oggi risulta ancora irrisolto o completamente abbandonato. L'ONU ribadisce un concetto fondamentale per la salute delle nostre democrazie: solo sistemi giudiziari capaci di investigare tempestivamente e condannare ogni singola minaccia alla stampa possono lanciare un segnale chiaro e fermare questa cultura del silenzio.