Mammadraghe, principesse incantate, ragazze piene di inventiva e intraprendenza, tutti personaggi delle fiabe di Giuseppe Pitrè, il medico etnologo palermitano, che fondò la Demopsicologia, e cominciò a indagare nel patrimonio favolistico siciliano con lena, perché nulla andasse perduto: nulla dies sine, non un giorno senza scrittura, riferì, perché il tempo passava e queste fiabe, parte della tradizione orale, rischiavano di finire nell'oblio.

Esce, nella collana Promemoria dell'editore Di Girolamo, Fiabe siciliane, una riscrittura libera, del lavoro di Pitrè, rivisto dalla penna e dall'intuito della scrittrice Amelia Crisantino, che ha smussato e reso maggiormente fruibile il dialetto siciliano dell'Ottocento.

Quando l'etnologo Giuseppe Pitrè pubblico nel 1875 pubblicò le Fiabe, novelle e racconti in quattro volumi, venne pesantemente criticato. La "Gazzetta di Palermo" definì il lavoro "quattro volumi di porcherie". Malgrado il tempo, le fiabe rimangono un importante documento, uno specchio, un'incredibile serie di aneddoti che in parte spiegano e narrano, l'identità siciliana, e le sue stratificazioni.

"Pitrè – scrive la Crisantino – era in fondo un outsider, circostanza che ci conduce alla scarsa fortuna di uno studioso che ha fotografato la Sicilia come nessun altro, che è stato onorato nelle dichiarazioni d'intenti, ma poi ignorato: dai difensori dei molteplici primati isolani perché non allineato, da altri per certe ingenuità".

Fatta eccezione per Colapesce, la fiaba che salvò fra le tante e che rese famoso il ragazzo che sorreggeva l'Isola di Sicilia come una colonna, le sue fiabe sono state perlopiù cancellate.

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La Crisantino ce le rende, con lievità e candore. Fiabe siciliane, dalla raccolta di Giuseppe Pitrè, edito da Di Girolamo, Amelia Crisantino.