"Ad un certo punto ho deciso. Ho iniziato a correre. Da un punto determinato del presente da vivere intensamente scorrendo nel futuro. Odore di vento, pioggia, sole e libertà. Perché correre è come vivere, superare se stessi, la coscienza e non pensare che stai correndo. Solo così arrivi al traguardo".

La corsa è espressione, metafora del documentario di Paolo Petrucci, il regista del film I corpi docili. Luogo scelto il carcere di Civitavecchia, un'antiquata struttura di detenzione vicino al mare. Il racconto illustra il carattere reale della vita degli abitanti della prigione attraverso un visione soggettiva evocata dal racconto dei protagonisti.

Il titolo è ispirato ai sistemi penali e di sorveglianza di Michel Foucault, su "questi meccanismi di controllo che hanno potuto portare il potere ad impadronirsi dei corpi dei reclusi, della loro stessa vita".

Un film che si avvale dell'esperienza quotidiana delle persone che vivono le condizioni disagiate del sistema carcerario, mettendo in risalto la condizione umana della reclusione. Al di là di pregiudizi, il documentario racconta l'esistenza di una vita dietro le sbarre, come espressione di controllo sulla società. Si stende come un filo rosso, il legame sottile tra correre e scappare, cercare e trovare una via d'uscita oltre le mura di cinta.

"Il concetto è molto semplice, raccontare le condizioni di chi è recluso riguarda direttamente l'esistenza di tutti" commenta il regista, alla ricerca di personaggi del film.

I migliori video del giorno

Protagonisti che incarnano l'esperienza singolare, dei "personaggi che possono farmi oltrepassare la superficie".

Il carcere affacciato sul mare evoca il principio di libertà e di isolamento dai rumori della città, suono della natura e rumore si alternano nel luogo scelto nel film per le selezioni alla corsa dei carcerati. Un gruppo deciso ad allenarsi. Durante il freddo, il caldo e nelle stagioni d'intermezzo, autunno e primavera per gareggiare in una fuga per la vittoria. Quattro capitoli che scorrono in un tempo reale scandito dalle quattro stagioni.

Un destino da raggiungere, da inseguire correndo. Ad aspettarli ci saranno come alla fine di una maratona, palloncini colorati, applausi e un pubblico esultante? L'arrivo della corsa, si conclude con un messaggio di speranza per le persone che chiedono di essere ascoltate. Poter fare la sua parte nel mondo, come redenti. La fine del film è la speranza della continuazione della vita a telecamere spente, lette dall'attore, le lettere dei carcerati per "contribuire con un verso".

Difficile raccontare il dolore e la rassegnazione della vita nel carcere nel tempo di un documentario, in cinquantadue minuti di pellicola, ma un allenamento da runners medio avanzati è sufficiente per stabilire il concetto stesso della vita. Una società fondata sul pregiudizio, è stata istituita dal primo Medioevo dai roghi che hanno incenerito streghe e stregoni presunti tali. La storia dei popoli primitivi racconta come l'uomo che aveva sofferto e commesso "atti impuri", fosse destinato a diventare lo sciamano, colui che aveva conosciuto il proibito, attraversato il labirinto, compreso e superato la complessità dell'individuazione di se stesso. Quest'uomo diventava il capo, in epoca contemporanea, la superficialità e le convinzioni politiche e religiose, hanno rinchiuso la verità dell'uomo, nelle carceri prima ancora nei manicomi. "Perché ciò che il cuore desidera ardentemente fa muovere le gambe" (cit).

Il film, all'inizio delle riprese, si è avvalso dell'aiuto finanziario del pubblico con la donazione di una somma di denaro per la sua realizzazione. Tutte le informazioni sono sul sito web dedicato al documentario. 

Soggetto e Regia: Paolo Petrucci

Riprese: Christian Carmosino e Giovanni Piperno

Suono: Maximilien Gobiet e Oriol Campi Solè