Il 19 febbraio di 70 anni fa, nel pieno della seconda guerra mondiale, Giapponesi e Americani spargevano gli uni il sangue degli altri su Iwo Jima, isola nipponica a sud di Tokyo. Immersa nel Pacifico, tra Giappone e Indonesia, "l'isola di zolfo" (questo il significato del nome) è una lingua di terra disabitata, avanguardia della nazione, un punto che fu strategico tanto per la difesa preventiva nipponica, quanto per gli statunitensi all'attacco. Così, 70 anni fa, 22.000 giapponesi costruivano trincee incastonate fra i monti, e i marines si preparavano, sul ponte della nave, al fatale sbarco: entrambi troppo giovani per la portata della storia.

Dal 19 febbraio lo scontro si prolungò fino al 26 marzo 1945, quando le forze statunitensi espugnarono l'avamposto: fino all'ultimo sangue, i Giapponesi combatterono con grande senso della nazione, cadendo quasi tutti. La strada per Okinawa era aperta.

Tutto ciò ce lo racconta anche il regista americano Clint Eastwood, con due film entrambi usciti nel 2006: Lettere da Iwo Jima e Flags of pur fathers. Eastwood compie cosa rara nella storia del cinema e nella storia in generale; le due pellicole, infatti, narrano lo stesso identico episodio, la battaglia di Iwo Jima, ma il primo visto dalla parte dell'onore ossessivo dei soldati nipponici, il secondo filmato dagli schieramenti muscolosi e scanzonati dei soldati USA.

È un modo semplice, ma paurosamente efficace, per tradurre sullo schermo la visione storica filtrata dal punto di vista, la relatività del fenomeno, l'assurdità assoluta della guerra, nascosta nei suicidi onorevoli dei nipponici quanto nel profitto estorto da una foto patriottica (la foto in questione è la celebre Raising the flag on Iwo Jima, scattata effettivamente durante la battaglia; su essa, troppo eterea e di parte per descrivere la vera natura del conflitto, si basa la vicenda del film Flags of our fathers).

Ciò che emerge dai film è ciò che effettivamente i soldati erano: dei ragazzi, con le loro canzoni e la fidanzata lasciata a casa in lacrime, con la paura della guerra e dei generali. Guardare lo stesso evento storico dai lati opposti, un evento tragico come questa battaglia, come ogni conflitto, svela le sue più piene storture: la guerra come crollo dell'uomo.

E i soldati, che vivevano e tossivano, incubi frastagliati da sogni, non possono che lasciare un mucchio di lettere da dissotterrare, loro eterno saluto.

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