In passato, molti registi dai nomi altisonanti come Orson Welles, Roman Polanski ed Akira Kurosawa, quest’ultimo ambientandola nel Giappone medioevale del XVI secolo, si cimentarono nell’adattamento per il grande schermo della cruenta tragedia shakespeariana del “Macbeth”; stavolta, invece, il gravoso incarico di dirigere questa pellicola è stato affidato all’australiano Justin Kurzel, il quale è stato anche scelto per guidare le riprese di “Assassin’s Creed”, il lungometraggio tratto dall’omonima e famosissima serie videoludica. Nel Macbeth di Kurzel, nelle nostre sale dal 5 gennaio, il protagonista è interpretato da Michael Fassbender, la letale Lady Macbeth da Marion Cotillard e re Duncan da David Thewlis, che in tanti si ricorderanno per aver rivestito il ruolo del professor Remus John Lupin nella magica saga di “Harry Potter”.

Recensione

Quando le persone odono il nome del drammaturgo William Shakespeare, in molte solitamente hanno un timore quasi reverenziale ad avvicinarsi alle sue opere, perché considerate magari alquanto complesse e difficilmente digeribili se non si è dei puntigliosi amanti della tragedia teatrale. Effettivamente, il “Macbeth” di Kurzel necessita, sì, di una visione attenta ed accurata; tuttavia, il regista si è approcciato alla materia in questione rendendola appetibile anche a coloro che la sentono come inaccessibile ed inavvicinabile. Per l’appunto, rispettando più o meno la trama originaria, il film consegue il giusto equilibrio fra Cinema e palcoscenico, amalgamando con criterio certe regole del primo, con altre del secondo, accontentando così sia il pubblico cinematografico, che quello del palcoscenico.

Difatti, le riprese dei paesaggi anglo-scozzesi e delle battaglie hanno un taglio prettamente filmico, ed in quest’ultime non si rinuncia nemmeno alla tecnica dello slow motion, ma adoperandola con assennatezza e caricandola di un potente significato intrinseco. Ciò nonostante, i soliloqui dei vari personaggi vengono preservati e fortificati a livello emozionale da immediati primi piani, o da movimenti di camera che lentamente avanzano verso il protagonista del solitario monologo.

Oltretutto, siamo testimoni di un makeup che richiama quello teatrale e di una strepitosa fotografia che alterna alle cupe atmosfere in esterna dal gusto prettamente cinematografico, quelle degli interni, dove la luce che abbraccia le scene allude notevolmente ai riflettori del proscenio.

La pellicola, in pratica, è un prodotto degno di nota, debitore per la sua riuscita soprattutto delle eccezionali prove attoriali di Fassbender e della Cotillard, che sembrano nati per impersonare questi ruoli. In aggiunta, l’ombrosa ed incalzante colonna sonora composta da Jed Kurzel è davvero evocativa, rivelandosi l’interprete d’eccezione.