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C'è un popolo in Europa che ama festeggiare con un brindisi ed un atto commemorativo il proprio grande poeta: il popolo tedesco. Ieri, 28 agosto, data di nascita (Frankfurt, 1749) del sommo poeta settecentesco Goethe se ne è festeggiato il 267' anniversario anche a Roma, presso la dimora dove il poeta visse nella Città Eterna. Via del Corso n.18.

Il sommo poeta giunse nella Città Eterna nel 1786 sotto il falso nome di Philipp Miller, pittore.

Era già uno scrittore di fama "mondiale" , un best seller della sua epoca per aver pubblicato " I dolori del giovane Werther"  nel 1774.  In breve tempo si sistemò nella casa nei pressi di Piazza del Popolo con tre suoi connazionali pittori.

E già il 7 novembre del 1783 il poeta parlava bene, in una missiva, del suo coinquilino Tischbein che avrebbe poi dipinto il più famoso quadro di Goethe e nel quale il grande drammaturgo è raffigurato con due "piedi sinistri" tra le rovine dell'antica Roma.

Gli altri coinquilini del poeta furono gli artisti Fritz Bury e J.C. Schütz. Ma i personaggi con i quali Goethe si accompagnò di più durante il suo soggiorno romano furono il consigliere Prussiano Reiffenstein, influentissimo antiquario della Roma dell'epoca, e la pittrice Angelica Kauffmann.  Con costoro Goethe tentò di approfondire l'arte antica ed i costumi degli abitanti della Penisola del suo tempo. Il suo viaggio in Italia dopo Roma ebbe due tappe importanti: Napoli e la Sicilia.

A Napoli Goethe strinse amicizia con il pittore di corte del re Ferdinando IV di Borbone, Jakob Philipp Hackert ,  ed in Sicilia si recò con il pittore C .H .

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Kniep. Dopo il viaggio in Sicilia Goethe ritornò alla casa di via del Corso dove rimarrà fino alla partenza per Weimar dell'aprile 1788.

È affascinante vedere conservati dall'Istituzione tedesca Casa di Goethe in Roma i documenti, tra i quali spiccano i conti dell'oste che riforniva gli artisti tedeschi di cibi, vino e acquavite. 

Il periodo romano fu per il sommo poeta sicuramente un periodo bello e di grande goliardia che non dimenticherà mai, neppure quando sarà diventato un'icona paludata della cultura in Weimar.