Lo vedi a Forte dei Marmi. In Capannina. Al Pianobar. E pensi, maligno, che sia un belloccio locale con la voce bella e un po’ di presenza di spirito per qualche nostalgico che vuole ancora ascoltare Battisti in una delle discoteche più tradizionaliste d’Italia. Poi te lo ritrovi una sera a cena con il Principe Alberto di Monaco nel suo party privato, alla Soho House a Londra vicino alla residenza della Regina, all’ambasciata italiana a Madrid. E non capisci più nulla.

Ma chi è davvero Stefano Busà, l’artista che riempie tutte le sere il pianobar della Capannina di Forte dei Marmi? Lo abbiamo chiesto direttamente a Stefano, in quella Forte dei Marmi ancora carica di vita dove, per due decenni, italiani, russi e americani lo hanno seguito come un Re. Stefano inizia a raccontarci la sua storia come non te lo aspetti. Timido e riservato.

'Sono un artista con la passione per la musica da quando l’ho incontrata da bambino, sulla porta di casa. Un pianoforte regalato alla sorella, e via i primi accordi ad orecchio. Da li è stato amore vero'.

Partiamo tosti. I tuoi critici dicono: Busà è solo uno show-man. Niente sostanza. A 16 scrivevo colonne sonore per la RAI. Le mie basi sono tutte arrangiate da me. Per questo la gente balla: so come tirare la ritmica, fare push and pull con il cuore delle persone. Non perchè sorrido sul palco.  E non è un caso che vengano musicisti da tutta italiana per registrare le mie serate, chiedermi la scaletta, perfino fare le foto agli strumenti che uso.

Però – continuano – Busà è solo un fenomeno locale. Vale poco. Ma al Caffè Paszkowski a Firenze ho fatto repertorio internazionale per venti anni! So cosa vuole il pubblico e doso la miscela: musica da tutto il mondo e poi Celentano ai Russi, Napoli agli Americani, Ramazzotti ai Latino-Americani. Quando non sono in Capannina, giro per tutta l’Europa. La mia formula ha alla base la cultura italiana, esplosiva, contagiosa, gioiosa, vincente. E ben mixata per chi non parla la nostra lingua.

Il mito dice che agli inizi eri molto timido. Incredibile per chi ti ascolta oggi. Ma è vero. Fino a 20 anni non ero certo un tipo da discoteca. Timidissimo, impacciato. Poi arriva il pianobar. Mi portano a suonare sulle Dolomiti. A Moena. Li esplode per la prima volta il “fenomeno Busà”.

Il tuo primo gruppo musicale? Da giovanissimo, a 16 anni. Un nome così fuori dal tempo che me lo ricordo ancora: LARS66. Feste di paese accompagnati dai nostri genitori, io alle tastiere.

Sei stato lanciato da Carmelo Santini, uno dei più importanti impresari dello spettacolo italiano, scomparso qualche anno fa. Quanto è stato importante per te? Carmelo è stato molto importante. Arrivai a suonare in un locale al Lago di Garda dove il proprietario era un famoso “mangia-pianisti”, noto nell’ambiente per fermare gli artisti a metà serata e mandarli via. A me chiese di rimanere diversi giorni. Carmelo venne a sapere che c’era un giovane pianista toscano che era riuscito a non farsi cacciare, si stupì e iniziò ad interessarsi a me, aiutandomi moltissimo. Un professionista di un valore straordinario. Oggi l’attività di Carmelo viene portata avanti dal figlio Riccardo, con cui abbiamo ancora un rapporto forte.

Arriviamo alla Capannina. Quando hai iniziato? L’esordio è stato il 1995. Prima di allora il pianobar non veniva sfruttato molto, era solo per musica di accompagnamento durante la cena. Mi chiesero la rivoluzione.

Rivoluzione che tu hai costruito in venti anni. Come è cambiata dal 1995? E’ diverso il tipo di cliente, l’età media è molto più giovane. E’ difficile dire se una discoteca come La Capannina debba rinnovarsi e cambiare oppure rimanere uguale alle proprie tradizioni. Sono scelte complicate.

E il tuo pianobar? Al Pianobar il tempo si è fermato. I ragazzi più giovani vengono a chiedermi di suonare e ballare Battisti, come facevano i loro genitori. Questo fa anche parte del fascino di Forte dei Marmi. E mi ha fatto capire che la musica di Busà ha un futuro oltre alle generazioni.

Gherardo Guidi è il patron della Capannina da 40 anni. Una figura ormai nel mito di Forte dei Marmi. Come sono i vostri rapporti? Sicuramente buoni. La Famiglia Guidi mi da fiducia da 20 anni, garantendomi totale libertà artistica, dandomi preziosi consigli, aiutandomi nei momenti più importanti. Per guidare un azienda importante come la Capannina bisogna essere molto risoluti. Guidi sicuramente lo è. Un patrimonio per l nostra città.

La Nazione ha recentemente detto “Stefano Busà pilastro della Capannina”. Le persone vanno ancora in Capannina o vanno al Pianobar da Busà? Il pubblico ama la Capannina, è un luogo unico e magico. L’unione tra la Capannina ed il Pianobar di Busà è stata una alchimia vincente: la Capannina è una Formula 1, Busà un pilota forte. E’ il team che vince.

Nell’ambiente si dice che con Gerry Calà, icona storica della Capannina, ci sia rivalità. In realtà per 20 anni non ci siamo mai incontrati. Ogni tanto si lamentava perchè sentiva il rumore di chi si divertiva e cantava al pianobar durante il suo spettacolo. Le persone vogliono bene a entrambi: Gerry è inter-generazionale come la mia musica, è il mito che coinvolge nonni, genitori e figli. Senza Busà, cambia il pianobar della Capannina. Senza Gerry, cambia tutto Forte dei Marmi.

Le tue canzoni preferite? One degli U2, Una lunga storia d’amore di Gino Paoli, Angels di Robbie Williams. Lo so, le persone si aspetterebbero Vola e Vespa 50 Special. Ma il mio cuore artistico è altrove.

Rimane da capire dove vuoi essere tra cinque anni. Ti troveremo ancora in Capannina? Mi sto dedicando con sempre più forza alla produzione, alla scrittura di nuove canzoni inedite, come è naturale per la mi storia di musicista. Un esperimento riuscito è stata “Un Natale così”, la sigla che ho composto per il film sulla Capannina uscito questo inverno. Proseguirò su questa strada. Con un sogno: vorrei organizzare dei concerti dove alternare cover e miei pezzi. E replicare la mia formula in tanti altri locali e paesi del mondo, per ricordare a tutti quanto è vincente la cultura italiana.