Ieri pomeriggio il Teatro Eliseo è stato la cornice di un incontro informale con il noto drammaturgo David Mamet (Chicago, 1947), già ospite della Festa del cinema di Roma (13-23 ottobre), il quale ha illustrato la sua filosofia di vita e la sua idea di arte. La stagione teatrale ha aperto all’insegna dei suoi successi, sotto il patrocinio di Luca Barbareschi, attuale direttore del teatro, nonché suo fervido ammiratore e traduttore. Il 26 settembre ha esordito “Americani”, sotto la regia di Sergio Rubini, in scena fino al 30 ottobre, mentre il 28 ha debuttato “American Buffalo” (al Piccolo Eliseo), diretto da Marco D’Amore, che terminerà le repliche il 23 ottobre.

L’incontro all’Eliseo è stato preceduto da un intervento di Barbareschi che ha dimostrato tutta la sua emozione nell’accogliere un personaggio di tale calibro, premio Pulitzer nel 1984 per Glengarry Glen Ross” (“Americani”), modello artistico a monito della sua personale carriera. Mamet si è presentato sul palco fin da subito con tutta la sua semplicità e disinvoltura, a partire dall’habitus informale, con solo una giacca appoggiata sulle spalle che scherzosamente ha giustificato con il volere assomigliare a Mastroianni. L’ironia ha regnato in ogni sua risposta rivelando la saggezza di una maturità raggiunta con consapevolezza e un pizzico di quell’ingenuità che caratterizza gli artisti sognatori che sono partiti da zero per costruire la propria identità stilistica.

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Il moderatore dell’incontro è stato Flavio Natalia, vicedirettore di Sky Tg24, per la sezione cultura e spettacoli, ed è intervenuto anche il docente di Storia del cinema della Sapienza, Andrea Minuz. L’incontro verteva su alcuni tratti salienti della concezione del teatro di Mamet, che ironicamente ha glissato riguardo all’affermazione attribuitagli di far volontariamente arrabbiare lo spettatore e i critici. L’obiettivo da raggiungere consisteva nel lasciare il segno, scioccando e coinvolgendo l’ascoltatore, a partire dalle tematiche trattate fino al linguaggio utilizzato. Il ritmo delle battute, i silenzi, tutto doveva suffragare questa sua idea.

“Sono un drammaturgo, il che significa che ho passato la maggior parte del tempo della mia vita adulta seduto a parlare con me stesso e a trascrivere la conversazione”.

Spesso richiamava la ragione di Aristotele per l’impianto del dramma. Come il prof. Muniz farà notare, Mamet desidera la semplificazione e la linearità nella struttura. Egli si considera un artista completo, da regista a sceneggiatore a attore, che diversifica e contempla tutti gli aspetti di questa intensa professione.

Ridondanti sono stati i tentativi di far esprimere Mamet sulle elezioni politiche americane ai quali egli ha risposto con un semplice e immediato: “What elections?”.

La sala era gremita di giornalisti, studenti e spettatori appassionati che con calore hanno accolto ogni battuta partecipando attivamente con domande. Si respirava un clima disteso in cui vi era un gioco di rimandi tra pubblico e interventi, quasi come una conferenza spettacolo.

Il suggerimento ai nostri lettori è di tuffarsi nella realtà eterogenea e conflittuale tipica della modernità portata in scena con maestria e sarcasmo da Mamet.