Settanta minuti di pura magia artistica dove le due arti, letteraria e musicale, si fondono in un connubio prezioso e d'incanto. Poche parole ma intense per descrivere il concerto-spettacolo "Le città invisibili", andato in scena al Teatro Vascello di Roma nell'ambito della diciottesima edizione di "Flautissimo", il vernissage del Festival Italiano del Flauto, il cui filo conduttore è il viaggio mitico della musica: dalle partiture classiche all'improvvisazione jazz, dalla scena teatrale alla performance figurativa.

Alla voce narrante e recitante Massimo Popolizio, prestigioso attore teatrale e non solo, dal timbro vocale vibrante e profondo; alle musiche, rigorosamente dal vivo, Javier Girotto, sassofonista e flautista argentino di fama mondiale e alla cura registica Teresa Pedroni della Compagnia Diritto&Rovescio.

Le città invisibili: il testo

Pubblicato nel 1972, il romanzo "Le città invisibili" di Italo Calvino è diventato un esempio di perfezione letteraria combinatoria: è il lettore  a scegliere come affrontare l'opera nella sue combinazioni nascoste. Ogni capitolo parte dal dialogo tra Marco Polo e l'imperatore dei Tartari Kublai Khan che brama nel sapere delle città dell'enorme impero dell'esploratore. Parte quindi un flusso instancabile di descrizioni dettagliate di città reali e immaginarie, esistenti o solo frutto di una fantasia eclettica perché "le città come i sogni sono costruiti di desideri e paure".

Le città invisibili al Teatro Vascello

Un dialogo tra musica e parola continuo, una jam session in cui l’ esecuzione musicale funge da elemento drammaturgico. Massimo Popolizio e Javier Girotto riescono insieme a ricreare un'atmosfera suggestiva portando il pubblico in una dimensione parallela, quel piccolo spazio che consente alla mente di fuggire dal reale senza finire necessariamente fuori dalla logica.

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Un adattamento teatrale che, legando con maestria alcuni stralci dell'opera, impone lo spettatore a porsi la domanda: è reale o è fantasia, questa città è esistita davvero o è frutto dell'immaginazione? Il pubblico è libero di crearsi il proprio percorso mentale anche perché “chi comanda è il racconto non è la voce, è l’orecchio” dice Marco Polo.

Uscendo dalla sala rimane la bellezza delle parole quantomai attuali, sul disordine e la complessità della realtà e sull'esigenza di ognuno di noi, piccoli esploratori del quotidiano, di dare un ordine al caos. Il segreto è “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.