È sempre difficile scrivere della scomparsa di una grande personalità. La morte di Philippe Daverio, paladino della cultura artistica europea e docente universitario, è una ferita dolorosa. Era una colonna della generazione colta, attenta e sofisticata che ha animato Milano e l'Italia negli ultimi trent'anni.

Philippe Daverio, paladino della cultura artistica europea

Nato nel 1949 in Alsazia, a Mulhouse, Philippe Daverio viveva a Milano in una casa foderata di libri e tesori d'arte raffinati. È stato, fra gli altri incarichi, assessore del Comune di Milano, professore ordinario alla facoltà di Architettura dell'Università di Palermo, direttore artistico del Museo del Duomo di Milano e direttore della rivista Art e Dossier.

In questi anni spesso la Rai ha trasmesso le repliche dei suoi programmi Passepartout, Emporio Daverio e Il Capitale di Philippe Daverio.

Tra i suoi libri migliori ricordiamo Le stanze dell'armonia pubblicato da Rizzoli, che testimonia la sua grande passione per la bellezza. E per le espressioni d'arte in quella "penisola del continente asiatico chiamata Europa" e del legame culturale che esiste tra i popoli che la abitano. Philippe Daverio ha pubblicato molti saggi fra cui, con Rizzoli, Il museo immaginato (2011), Il secolo lungo della modernità (2012), Il secolo spezzato delle Avanguardie (2014), oltre ai volumi Guardar lontano veder vicino (2013), Il gioco della pittura (2015) e il bestseller La buona strada (2015).

Raccontare come è nato il museo

Chi scrive ha incontrato Philippe Daverio per la prima volta nella sua casa di Corso Italia per preparare la presentazione di un libro che si sarebbe tenuta al Circolo della Stampa. E poi innumerevoli altre alla Biennale di Venezia, davanti alla Scala, a una fiera della finanza all'Università Bocconi, all'Accademia di Brera che pareva la sua vera casa, in Foro Bonaparte L'ultima volta è stata il primo dicembre scorso, a una conferenza alla Scuola Grande di San Rocco a Venezia.

Parlava davanti a 500 persone che ascoltavano col cappotto addosso, pur di stare lì a sentir parlare di Leonardo da Vinci che era stato a Venezia. E di Tintoretto e dei suoi dipinti che erano lì, davanti agli occhi, e circondavano il pubblico da tutti i lati con la loro mirabile bellezza. Anche in quell'occasione Philippe Daverio ha raccontato in un modo semplice e vibrante come è nato il museo.

"Alì Babà sicuramente amava ogni tipo di oggetto di valore e lo poneva nella sua caverna. Ma non pensò mai di farne un museo. Anche Platone aveva una caverna, ma ci teneva le idee. Le quali, scendendo nella realtà concreta, formavano il mondo. Platone insegnava in un bel giardino di Atene. Le sue adunanze con gli allievi si tenevano nell'Hekademion, un boschetto abbellito con statue delle Muse. Il boschetto divenne il primo Mouseion, luogo di piacere e di meditazione intellettuale".

Più della bellezza, conta l'armonia

Philippe Daverio sapeva convincere chiunque che, più della bellezza che un museo contiene, ci deve interessare la sua armonia. "Un museo non contiene mai un bello astratto, oppure un bello che convince.

E neppure un bello universale. Il museo narra l'armonia fra le opere e quella fra le opere e le società che le hanno viste nascere e le hanno talvolta raccolte. Nel museo si cercano "la memoria e le citazioni della nostra identità, che non deve affatto essere solo bella".

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