Un aspetto finora poco noto del celebre poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli emerge grazie alla pubblicazione di un manoscritto inedito, intitolato 'Di alcune cinesi curiosità'. Curato dalla storica Marina Battaglini per l'editore Castelvecchi, il volume sarà presentato il 10 giugno 2026 a Roma, presso la Biblioteca nazionale, alle ore 16:30. L'evento vedrà la partecipazione di figure di spicco come il direttore della Biblioteca Stefano Campagnolo e il presidente del centro studi Giuseppe Gioachino Belli, Marcello Teodonio. Questa scoperta rivela la profonda passione del Belli per la cultura cinese, un paese che il poeta osservava e descriveva con autentico fervore culturale.
Nato a Roma nel settembre 1791 da una famiglia benestante, Giuseppe Gioachino Belli è universalmente riconosciuto per i suoi 2.279 sonetti in dialetto romanesco, da lui stesso definiti "un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma". Tuttavia, il lavoro di Battaglini introduce un Belli differente, un intellettuale attento alle culture extraeuropee e affascinato dalla civiltà cinese. Il manoscritto, custodito presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma, fu probabilmente concepito per un ciclo di conferenze che Belli intendeva tenere all'Accademia Tiberina, dove ricoprì le cariche di segretario e poi presidente. L'opera offre una testimonianza preziosa delle sue riflessioni sulla Cina e sulla sua millenaria storia.
L'amicizia con Martucci e il Museo Cinese
Il manoscritto belliano affonda le sue radici nell'amicizia con Onorato Martucci, un instancabile viaggiatore e mercante che, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, esplorò l'India e la Cina. Nel 1823, Martucci fece ritorno in Italia portando con sé ben 326 casse ricolme di cineserie, sia antiche che moderne. A Roma, in via del Corso, allestì un vero e proprio Museo cinese, composto da quattro ampie sale stracolme di quadri, stampe, monete, monili e oggetti di uso quotidiano, che il Belli stesso definì "curiosità vaghissime e pregevoli". Tra questi, il poeta osservò con particolare interesse tabacchiere, gioielli e le celebri scarpette femminili, che gli fornirono lo spunto per condannare "il barbaro costume di storpiare i piedi alle donne", pratica diffusa nella Cina tradizionale.
Oltre agli innumerevoli oggetti d'arte e di vita quotidiana, la collezione di Martucci includeva una vasta biblioteca di oltre 3.000 volumi, comprendente poemi, testi scientifici, carte geografiche e opere religiose. Una galleria di ritratti femminili, inoltre, stimolò il poeta a profonde riflessioni sull'identità e la condizione della donna cinese. Nel suo manoscritto, Belli delineò la complessità della società cinese, descrivendola come "stravagante, astuta, formalista e superstiziosa", ma riconoscendone al contempo la capacità di produrre profonde intuizioni filosofiche e alti risultati artistici e scientifici.
Il pensiero di Belli e la collezione Martucci
Marina Battaglini, attraverso il suo studio, ci presenta un Belli intellettuale che visse con consapevolezza il proprio tempo, un'epoca di grandi trasformazioni e contrasti, dalla Rivoluzione francese al Regno d'Italia.
La sua apertura verso le culture diverse si fondava sulla chiara convinzione, espressa nel manoscritto, che "in fatto di gusto il giudicare un popolo secondo i principi di un altro non sia buon raziocinio". Questa prospettiva denota una notevole modernità di pensiero per il contesto romano ottocentesco.
La preziosa collezione cinese di Martucci, dopo vani tentativi di venderla al governo pontificio, fu infine ceduta al re di Baviera Luigi I di Wittelsbach alla fine del 1832. Questo episodio segnò la conclusione di una delle più singolari avventure culturali che legarono l'Italia all'Estremo Oriente nel XIX secolo. L'interesse di Belli per la Cina e il suo manoscritto rappresentano oggi una testimonianza fondamentale della ricezione della cultura orientale nell'Italia preunitaria e documentano i vivaci scambi culturali tra Roma e la Cina già in quel secolo.