Il Lucca Film Festival ospiterà il prossimo 1° ottobre, all’Auditorium Vincenzo da Massa Carrara del Complesso di San Micheletto, la versione integrale di “Tuttomondo”. Il documentario, prodotto da Andrea De Gioia e diretto da Andrea Soldani, ripercorre la genesi del murale realizzato da Keith Haring a Pisa e il legame creatosi tra l’artista statunitense e la città toscana, che accolse il progetto spontaneamente.
La nuova edizione del documentario, presentata in anteprima privata a New York nel 2025, include settanta disegni e animazioni digitali.
Questi materiali, realizzati da Haring per “Tuttomondo”, sono stati recuperati nel 2023 durante la ricostruzione degli archivi originali, rivelando il suo interesse per i linguaggi digitali negli ultimi mesi di vita.
Il documentario: un racconto in presa diretta
La realizzazione del murale fu documentata fin dalle prime fasi da tre giovani filmmaker pisani: Andrea De Gioia, Roberto Burchielli e Andrea Soldani. I fondatori dell’allora Interference (poi divenuta Young nel 2001) seguirono Haring con le videocamere, catturando in presa diretta le tappe della creazione dell’opera. Il loro lavoro offre una testimonianza unica dell’ultima grande opera dell’artista.
Il progetto audiovisivo fu concepito come opera condivisa con Keith Haring.
L’artista avrebbe desiderato vedere il film completato, ma la sua scomparsa nel febbraio del 1990, pochi mesi dopo la conclusione del murale, gli impedì di assistere al risultato finale. Il documentario conserva un valore inestimabile, immortalando il processo creativo e il rapporto instaurato da Haring con Pisa durante il cantiere.
Da New York a Pisa: la nascita di "Tuttomondo"
La storia di “Tuttomondo” ebbe inizio nell’inverno del 1987 nel Greenwich Village di New York. Roberto e Piergiorgio Castellani, imprenditori di Pontedera, incontrarono casualmente Haring, proponendogli un grande murale in Toscana. Dopo una prima ipotesi a Firenze, fu Pisa ad accogliere il progetto, individuando come sede il muro laterale del convento di Sant’Antonio Abate. Quest’opera, divenuta un simbolo, rappresenta una testimonianza cruciale di Haring, accessibile al pubblico, fuori dai circuiti tradizionali dell’arte.