Una chiusura prolungata attende l'Angelo Mai di Roma, che resterà inaccessibile verosimilmente per almeno un anno. Questa prospettiva si è delineata a seguito di un sopralluogo approfondito, avvenuto venerdì mattina, che ha coinvolto le forze dell’ordine, l’Ispettorato del Lavoro e una commissione del Comune di Roma. L'ispezione si è svolta nello spazio situato nei pressi delle Terme di Caracalla, a seguito dello sgombero avvenuto nella notte tra il 27 e il 28 giugno. Per consentire una futura riapertura, sono stati giudicati indispensabili significativi interventi di messa in sicurezza e ulteriori lavori di adeguamento della struttura.

Interventi necessari e ripartizione dei costi

La riapertura dell'Angelo Mai è subordinata a due fasi distinte di interventi. Le opere essenziali, quelle cioè necessarie per la rimozione dei sigilli apposti alla struttura e per garantire le condizioni minime di sicurezza dell'edificio, saranno interamente a carico del Comune di Roma, in quanto proprietario dell’immobile. Successivamente, il collettivo che gestisce lo spazio dovrà farsi carico degli ulteriori interventi e degli adeguamenti richiesti per poter riprendere le attività culturali e artistiche. Questa distinzione sottolinea un percorso complesso e articolato, caratterizzato da passaggi tecnici e amministrativi che rendono improbabile una riapertura in tempi brevi, confermando la previsione di un anno di inattività.

Il dibattito culturale e il ruolo dell'Angelo Mai

La chiusura dell'Angelo Mai, secondo il comunicato diffuso dal collettivo, non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una questione più ampia riguardante il riconoscimento e la tutela degli spazi dedicati alla creazione contemporanea nella capitale. Il collettivo ha espresso la convinzione che l'arte contemporanea non riceva la dovuta attenzione e protezione, interpretando lo stop imposto all'Angelo Mai come un chiaro segnale rivolto a tutti gli ambienti indipendenti e sperimentali della città. La conseguenza più immediata e tangibile di questa chiusura è che Roma dovrà fare a meno di un punto di riferimento culturale significativo per almeno dodici mesi.

Un simbolo della sperimentazione cittadina

La posizione del collettivo Angelo Mai va oltre le mere questioni edilizie e amministrative. Viene fortemente rivendicato il ruolo storico dello spazio all'interno del panorama della sperimentazione culturale romana. Questa esperienza viene contrapposta a un'idea di teatro più tradizionale e istituzionale, spesso meno incline ad accogliere e promuovere luoghi non convenzionali e forme artistiche innovative. La chiusura, in questa lettura, colpisce direttamente una comunità artistica che, nel corso degli anni, ha saputo costruire una fitta rete di relazioni, sviluppare progetti originali e condurre percorsi di ricerca significativi, tutti incentrati sullo spazio di Caracalla.

Nel contesto del sequestro, si è aperto anche un confronto sulle autorizzazioni necessarie e sulla natura delle attività ospitate. Il collettivo ha categoricamente respinto l'assimilazione dello spazio a una semplice discoteca, richiamando l'attesa di un contratto che potesse definire chiaramente la loro posizione. Tuttavia, questi elementi non alterano il punto centrale emerso dal sopralluogo: la necessità impellente di lavori strutturali per la messa in sicurezza e l'adeguamento.