Mettere cinque bambini intorno allo stesso tavolo non significa necessariamente avere una squadra. Possono essere vicini, partecipare alla stessa attività e persino avere lo stesso obiettivo, senza riuscire davvero a collaborare.

Fare squadra richiede qualcosa di più: ascoltare gli altri, aspettare il proprio turno, accettare che qualcuno abbia un'idea migliore della nostra, assumersi una responsabilità e capire che il risultato finale può dipendere dal contributo di tutti.

In un'infanzia sempre più attraversata dalla tecnologia, viene spontaneo chiedersi se queste capacità rischino di trovare meno spazio.

Ma attribuire semplicemente agli schermi una crescita dell'individualismo sarebbe una conclusione troppo facile. Le ricerche più recenti raccontano una realtà decisamente più interessante.

La cooperazione non nasce semplicemente mettendo insieme i bambini

Uno studio pubblicato nel giugno 2026 sul British Journal of Educational Psychology ha coinvolto 577 bambini tra gli 8 e i 12 anni appartenenti a 36 classi.

Il punto di partenza dei ricercatori è significativo: la cooperazione è una competenza sociale fondamentale per l'apprendimento e la cittadinanza, ma non si può dare per scontato che compaia spontaneamente ogni volta che dei bambini vengono messi in gruppo.

Una parte delle classi ha quindi seguito un intervento strutturato di Cooperative Learning, basato su principi come l'interdipendenza positiva, la responsabilità individuale, l'allenamento delle abilità sociali e la riflessione sul lavoro svolto insieme.

I bambini che hanno partecipato al programma hanno mostrato miglioramenti maggiori nei comportamenti cooperativi rispetto al gruppo di controllo.

Il messaggio è semplice ma importante: collaborare si può imparare.

E c'è un particolare interessante: l'intervento utilizzava anche una piattaforma digitale per aiutare gli insegnanti nell'organizzazione dei gruppi, nell'assegnazione dei ruoli e nella riflessione sulle attività. Tecnologia e cooperazione, quindi, non sono necessariamente avversarie.

Gli schermi ci stanno rendendo più individualisti?

Anche su questo punto i dati invitano alla prudenza.

Uno studio longitudinale pubblicato nel gennaio 2026 su BMC Public Health ha analizzato l'utilizzo dei media nei bambini in età prescolare e il loro comportamento prosociale, cioè quell'insieme di comportamenti che comprende aiutare, condividere e prendersi cura degli altri.

I ricercatori non hanno trovato un'associazione diretta tra la quantità di tempo trascorso davanti agli schermi e il comportamento prosociale. È emerso invece un elemento differente: il coinvolgimento dei genitori nell'utilizzo dei media risultava positivamente associato alla prosocialità dei bambini.

Ancora una volta, quindi, il punto sembra essere meno quanto digitale e più come viene vissuto.

Un cartone guardato insieme e commentato, un gioco digitale condiviso o un'attività tecnologica costruita intorno alla collaborazione sono esperienze molto diverse dall'utilizzo completamente solitario di uno schermo.

Imparare che non dobbiamo essere bravi in tutto

C'è poi un'altra lezione importante nel lavoro di squadra: scoprire che le differenze possono essere utili.

Un bambino può essere più creativo, un altro più organizzato. Qualcuno può trovare rapidamente una soluzione, qualcun altro può accorgersi di un problema che gli altri non avevano visto.

Collaborare significa anche comprendere che non è necessario possedere individualmente tutte le capacità.

Ed è forse uno degli apprendimenti più interessanti dell'infanzia: passare dal “faccio io” al “facciamolo insieme”.

Quando anche le storie raccontano la forza del gruppo

Lo stesso principio può essere trasmesso attraverso il gioco, lo sport, la scuola e persino attraverso le storie.

È l'idea che attraversa anche L'Orso Urrà e i Fumi Mangiacolore – La rivolta della Valle Incantata, libro che ho scritto e illustrato: nella storia, a sconfiggere il pericolo non è un eroe solitario dotato di poteri straordinari, ma un vero e proprio esercito bizzarro.

Personaggi molto diversi tra loro scoprono che proprio le rispettive caratteristiche possono diventare una risorsa quando vengono messe al servizio di un obiettivo comune.

Nessuno sarebbe sufficiente da solo.

Ed è forse qui che una favola incontra un concetto molto concreto: fare squadra non significa essere tutti uguali, ma riuscire a utilizzare le differenze per costruire qualcosa che individualmente non sarebbe possibile.

Dal “vincere io” al “riuscire insieme”

In una società che premia spesso la performance individuale, insegnare ai bambini a cooperare non significa cancellarne l'autonomia o la capacità di emergere.

Significa aggiungere un'altra possibilità.

Sapere quando prendere l'iniziativa, ma anche quando ascoltare.

Essere capaci di risolvere un problema da soli, ma riconoscere quando serve l'aiuto di qualcuno. Difendere una propria idea e, nello stesso tempo, essere disposti a cambiarla.

Perché una squadra non funziona quando tutti fanno la stessa cosa.

Funziona quando ciascuno porta qualcosa che agli altri manca.

E qualche volta, proprio come accade all'esercito bizzarro dell'Orso Urrà, la vittoria più grande non è scoprire chi è il più forte, ma capire che insieme si può arrivare dove nessuno sarebbe riuscito ad arrivare da solo.