E' passato qualche mese dall'articolo del giornalista Giorgio Meletti che ha scatenato forti polemiche del mondo cooperativo legato al consorzio Coop Italia; ora che i fari si sono spenti, e gli animi calmati, siamo andati a rileggerci tutti i bilanci 2012 (ad esclusione del bilancio di Coop Centro Italia, negligentemente oscurato), per capire meglio la questione.

Dai bilanci delle famose nove sorelle facenti parte del consorzio Coop Italia, si evince che tutte, chi in misura superiore chi in misura inferiore, hanno investito liquidità per acquisire partecipazioni in altre società, quasi sempre appartenenti al famigerato "mondo rosso" (Unipol, Monte dei Paschi di Siena, diverse società immobiliari, etc); peccato che per tre delle sorelle, questi investimenti nel 2012 abbiano comportato svalutazioni che le hanno fatte chiudere in perdita (Coop Firenze e Coop Centro Italia per Monte dei Paschi di Siena, Unioncoop Tirreno per una newco ed una società immobiliare).

E fino a qui, come in tutte le società i cui investimenti vanno male, i soci potranno chiedere chiarimenti agli amministratori ed eventualmente di renderne conto.

Ciò che invece è particolare è la fonte di questa liquidità; infatti si evidenzia per tutte le cooperative un significativo apporto proveniente dal cosiddetto "prestito sociale", ovvero, dal denaro che ogni socio ha prestato alla cooperativa al fine di finanziarne l'attività.

Questo particolare istituto è stato creato al fine di agevolare l'accesso ai finanziamenti da parte delle società cooperative, storicamente sottocapitalizzate. Tale modalità è stata normata in modo da limitare sia a livello individuale (il massimo prestito che ogni socio può dare) sia in termini complessivi (il prestito sociale complessivo non può superare, all'incirca, tre volte il capitale sociale) l'afflusso di liquidità.

L'anomalia di questi bilanci, è che appare chiaro come tale prestito sia stato utilizzato quasi completamente per acquistare titoli, ed in certi casi anche partecipazioni (o erogare finanziamenti alle partecipate), quindi in maniera completamente slegata dall'attività caratteristica, ovvero acquistare e rivendere al dettaglio beni.

Non è altresì un caso che ciò sia avvenuto, in quanto basta guardare i risultati delle gestioni finanziarie di tali società (interessi attivi-interessi passivi) per capire come attraverso questo meccanismo (tipico delle banche) alcune riescano ad amplificare l'utile ed altre ad azzerare una perdita derivante da una lacunosa gestione dell'attività caratteristica (ne sono un esempio Coop Nord Est e Coop Lombardia).

Appare del tutto evidente quindi, che l'attività "bancaria" delle coop droghi i bilanci e le faccia raggiungere performance ben al di sopra di quelle della propria attività commerciale.

Pertanto ci domandiamo se non sia il caso di porre dei limiti normativi sull'utilizzo delle risorse provenienti dal prestito sociale, in modo che da un lato le coop tornino ad occuparsi a tempo pieno della realizzazione del proprio principale oggetto sociale, senza distrarsi verso opinabili e rischiosi investimenti in società ed in titoli, e dall'altro, sia tolto dai bilanci coop un elemento distorsivo che conferisce un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza.

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