Oggi, 18 settembre 2014, si sancirà il "verdetto finale" che stabilirà il futuro della Scozia. L'esito del referendum, voluto dal primo ministro Alex Salmond, rivelerà se la Scozia acquisterà o meno l'indipendenza dal resto del Regno Unito. Da giorni, ormai, analisti ed economisti stanno cercando di prevedere le possibili reazioni del mercato in entrambi i casi. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, si teme che, se dovessero essere i "sì" a prevalere, la sterlina potrebbe risultare più debole e volatile rispetto all'euro e al dollaro. Nella parità contro quest'ultimo, passerebbe dall'attuale quota 1.60 ad una presunta di 1,50 - 1,55.

Inoltre, il tanto atteso tasso di interesse, verrebbe probabilmente rimandato e i titoli sul debito pubblico britannico, dovrebbero includere un premio a causa del maggiore rischio. Se la Scozia ripudiasse la sua parte, infatti, aumenterebbe dall'attuale 75% fino ad arrivare a circa l'80%. Ciò comporterebbe nell'immediato, anche se per breve periodo, un aumento della volatilità sui titoli del Tesoro, i Gilt.

Il principale rischio, dunque, consiste in un indebolimento generalizzato delle banche scozzesi, le quali registrano una passività pari a 12 volte il Pil della Scozia e, in caso di indipendenza, non potrebbero più contare sulla garanzia di ultima istanza offerta dalla Banca della Gran Bretagna. Non ne uscirebbero indenni neppure i titoli finanziari legati alla banca di Edimburgo.

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Oltre a valutarne gli aspetti negativi, però, gli analisti della Credit Suisse si sono concentrati sui benefici che potrebbero derivare da un Scozia indipendente. Se ciò, infatti, equivalesse ad una nuova divisa scozzese, più debole e di conseguenza svalutata rispetto alla sterlina britannica, a trarne profitto sarebbe un gruppo di aziende estere che produce il 30% dei propri prodotti in quest'area. Tra quelli di maggiore rilievo, ne sono un esempio i gruppi produttori di bevande alcoliche Diageo e Pernod Ricard.

Sempre secondo il Corriere della Sera, gli inconvenienti non mancherebbero neppure con una vittoria di stretta misura del "no", in quanto gli investitori temerebbero il ripetersi di altri referendum futuri e ciò li predisporrebbe ad investire i capitali a loro appartenenti, in Gran Bretagna anziché in Scozia, la quale subirebbe un rallentamento della crescita economia. La soluzione migliore, che incontra il consenso di tutti gli osservatori, è la vittoria del no, in presenza della quale il clima si distenderebbe in vista del referendum previsto per il 2017, nel quale si voterà per la divisione della Gran Bretagna dal resto dell'Unione. Da alcuni recentissimi sondaggi condotti dalla Credit Suisse è emerso che la possibile vittoria del si equivale al 25%.