Sono decisamente allarmanti i numeri che emergono dal rapporto Svimez (l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno) sull’economia del meridione nel 2015. Si parla di un mezzogiorno in forte difficoltà, con un pil negativo per il settimo anno consecutivo, e travolto da disoccupazione, reddito basso e mancanza tanto di produzione quanto di investimenti. Ma quello che più pesa, agli occhi di chi li osserva lo studio, è il rischio per gli anni a venire di “sottosviluppo permanente”.

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Il pericolo infatti è che, per via della desertificazione industriale sempre più marcata e permanente, il sud del Bel Paese non possa riuscire ad agganciare nemmeno un'ipotetica ripresa nazionale nel caso in cui questa dovesse presentarsi. I livelli di crescita dal 2000 al 2013 sono molto al di sotto dei paesi dell’area euro, attestandosi al 13%, cifra corrispondente all’incirca a metà del dato greco, e staccata di ben 40 punti percentuali dalla media europea.

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La stessa Italia presenta una i crescita estremamente debole nello stesso arco temporale, 20,6%, a fronte di una media del 37,3% dei paesi dell’area euro. Ma i numeri ci dicono che soltanto il settore manifatturiero nel sud è in picco di 34 punti percentuali, con le esportazioni che crollano del 4,8%, e un deciso calo nei consumi interni (nel 2014 - 0,4%, mentre dallo scoppio della crisi si parla di una discesa del 13, 2%) e negli investimenti industriali (in negativo del 4% nel 2014, e meno 38% complessiva dal 2008, con picchi del 59% nel settore industriale).

Interessante il dato della spesa pubblica, che a livello nazionale è scesa di 17,3 miliardi di euro mentre soltanto al sud di 9,9 miliardi. In calo anche i trasferimenti verso le imprese pubbliche e private, tra il 2011 e il 2013 in ribasso del 52%, vale a dire oltre 6,2 miliardi di euro, che non fanno altro che attestare la grave crisi in cui versa il sistema produttivo del meridione.

Senza parlare dei redditi di singoli e famiglie: il pil pro capite è sceso al 53% della spesa nazionale, mai così basso dal 2000.

Solamente nell’anno scorso ben il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12 mila euro annui, contro il 28,5% del centro nord. Così che mentre la media del reddito al sud è di 16.976 euro, al nord è di 31.586, quasi il doppio. Se la regione più ricca è il Trentino Alto Adige con 37 mila euro pro capite, la più povera è la Calabria con meno di 16 mila euro. Attestando la caduta del sud Italia sempre più forte, con il rischio povertà che incombe per una persona su tre, contro una persona su dieci al nord.

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Il numero degli occupati cala ancora nel 2014, attestandosi a 5,8 milioni, numero più basso dall’inizio delle rilevazioni istat del 1977 e per finire la ciliegina sulla torta, quella degli indici di natalità. Nel 2014 infatti si sono verificate soltanto 14 mila nascite, ovvero il minimo storico da più di 150 anni: dall’epoca cioè dell’unità d’Italia. Il rischio paventato da Svimet nel rapporto è quello di uno “stravolgimento demografico nei prossimi anni”, uno “tsunami dalle conseguenze imprevedibili”.

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Immediate le dichiarazioni, anche se piuttosto deboli, di esponenti di sindacati e della cosiddetta minoranza democratica. Speranza e Cuperlo notificano che l’attenzione del Governo al meridione è troppo bassa, che la spesa dei fondi europei è ferma e quindi che le promesse fatte dal Governo e le conseguenti speranze sorte tra i cittadini sono di nuovo ricadute verso il basso, proprio come l’economia del mezzogiorno.

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