Come annunciato ormai da qualche settimana, Brunello Cucinelli, imprenditore di successo del tessile italiano, ha presentato oggi la sua idea d’azienda “4.0”. L’evento si è svolto all’interno della sede di Confindustria Umbria, a Perugia. Per il "re del cachemire" - così Brunello è stato ribattezzato dai media - il modo nuovo di fare impresa è spiegato dal nome, che egli stesso ha dato al progetto, ovvero “Fabbrica Contemporanea”. Secondo il suo punto di vista le società, in particolar modo quelle italiane, per sopravvivere alla concorrenza, sempre più incipiente e aggressiva, devono sia sfruttare le opportunità del mercato globale, con un processo continuo d’innovazione tecnologica, e sia rimettere al centro il capitale umano, nell’attività produttiva .

È possibile ottenere profitto e insieme rispettare la dignità e il valore delle risorse umane?

Per coniugare questi obiettivi, che la consuetudine - anche accademica - ha etichettato come antitetici, il “filosofo del capitalismo umanistico” – altro appellativo con cui Brunello è noto ai più- propone una strategia fondata su due pilastri. Il primo si sostanzia in investimenti: per aumentare le competenze dei dipendenti e acquistare strumenti di lavoro di ultima generazione. Il secondo pilastro è la salvaguardia del territorio in cui l’impresa abita.

Ergo: le fondamenta della Fabbrica Contemporanea sono strettamente collegate e si alimentano a vicenda. Infatti, da un lato puntare sulla conoscenza, la tecnologia e la ricerca, per ottimizzare processi e prodotti, garantisce il progresso dei produttori, e dall’altro recuperare le peculiarità locali - artigianali e culturali - conferisce distintività all’output, favorendone il posizionamento e la vendita.

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Dunque, la Fabbrica Contemporanea e l’ambiente che la ospita stabiliscono un continuo scambio di risorse economiche e intellettuali. Quest’interazione bidirezionale è in grado di generare benefici a entrambe le parti.

Questo modello d’impresa è davvero etico?

Nell’era della smaterializzazione del valore, in cui il marketing è il motore teologico del brand e sia gli spazi -online e offline- e sia i budget aziendali sono saccheggiati da esperti della pubblicità, ecco che l’esternalizzazione dei processi produttivi è l’unica strada praticabile per il contenimento dei costi e la tenuta dei bilanci. Tuttavia, ciò favorisce uno svilimento del lavoratore, in tutte le latitudini del pianeta. Infatti, nei paesi industrializzati aumentano i disoccupati e cresce l’alienazione sociale, mentre in quelli in via di sviluppo, nonostante si registri una tendenza inversa sul numero degli occupati, il risultato è lo stesso. Eserciti di nullatenenti, abbagliati dal luccichio delle fabbriche e dal miraggio di un futuro migliore, accettano qualsiasi impiego senza condizioni.

Il nuovo modello industriale, almeno sulla carta, restituisce invece dignità e diritti ai lavoratori. Secondo le idee e le aspettative di Cucinelli, l’operaio riscoprirà la sua identità sociale, l’imprenditore otterrà il suo profitto, i bilanci pubblici dei paesi occidentali beneficeranno delle imposte sul lavoro - scongiurando l’esborso di danari in ammortizzatori sociali - e il neocolonialismo post-fordista si ridimensionerà.

Tutto ciò sarà sufficiente a garantire un Rinascimento Italiano?

Il “re del cachemire” è convinto della bontà del suo progetto. Tuttavia, ritengo che da solo non sia sufficiente a garantire una nuova rivoluzione industriale, che Brunello – romanticamente - chiama “nuovo Rinascimento”. Per farlo è necessario attuare delle politiche economiche e fiscali specifiche per le imprese i cui prodotti non sono orientati al lusso, ma alla massa. Per questa classe di aziende è necessario definire tassazioni distinte, e agevolate, che siano legate a politiche del lavoro sul lungo periodo. In aggiunta, vanno ridisegnati i meccanismi per facilitare l’accesso al credito della piccola imprenditoria, favorendo, al contempo, l’interiorizzazione dell’idea che consumare “made in Italy” - quello vero - fa bene al Paese. Solo quando si realizzeranno questi piani e sarà possibile produrre anche per soddisfare la domanda interna del Belpaese, in tutte le fasce di prezzo, allora si potrà sperare in un “nuovo Rinascimento”.

Tuttavia, l’Italia è in crisi e l’unico modo per uscirne è fare una scelta. Per farlo servono capitani coraggiosi come Cucinelli, ma anche tessuti socio-istituzionali pronti a sostenerli.