Il D-Day di Theresa May è arrivato. Nel corso della serata di martedì 15 gennaio, il Parlamento britannico ha respinto con 432 voti contrari e 202 favorevoli l'accordo che avrebbe dovuto regolare l'uscita della Gran Bretagna dall'Europa, prevista per il prossimo 29 marzo. L'esito della bocciatura era stato pronosticato, ma il colpo non è stato per questo meno doloroso da incassare: lo scarto di 230 voti segna, di fatto, un record storico, come la più grande sconfitta registrata da un governo in carica dal 1924.

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Un martedì nero, insomma, per la May che aveva trascorso più di due anni a negoziare l'accordo con l'Europa.

Il leader laburista Jeremy Corbyn, che ha parlato di "sconfitta catastrofica" e invocato le elezioni generali, ha annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti del governo, che sarà discussa già nella giornata di questo mercoledì 16 gennaio. Il Primo Ministro, tuttavia, avrebbe negato la sua volontà di dimettersi: "Il Parlamento ha parlato e il governo ascolterà", ha sostenuto al termine dello spoglio, promettendo nuove consultazioni con i parlamentari, al fine di inoltrare eventuali nuove proposte all'Europa.

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Quali possibili scenari per la Brexit?

Le opzioni possibili per la Gran Bretagna alla luce dell'esito del voto sono essenzialmente tre.

Quella più temuta dagli economisti e, allo stesso tempo, più auspicata dai "Brexiters" più accaniti è quella di default, il no-deal, l'uscita traumatica dall'Europa, senza la sigla di nessun accordo. In questo caso i rapporti tra Regno Unito e Unione Europea sarebbero regolamentati dall'Organizzazione mondiale del commercio (WTO), con esito probabilmente disastroso per l'economia locale, che si troverebbe ad affrontare una forte contrazione del PIL, oltre che il crollo del valore della moneta nazionale.

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Politica

Altra soluzione sarebbe quella del referendum bis, la convocazione di una seconda consultazione popolare che, nelle speranze dei filo-europeisti, potrebbe rovesciare la Brexit, ma che pare essere la meno plausibile tra i parlamentari. Si tratterebbe, per molti, di un tradimento della volontà sovrana del popolo, espressosi a favore della scissione nel 2016.

Via intermedia quella rappresentata dal modello norvegese: in questo modo la Gran Bretagna, così come già la Norvegia, si troverebbe ad essere formalmente fuori dall'Europa, ma all'interno del mercato doganale.

Se a primo impatto sembrerebbe questa la prospettiva che potrebbe diametralmente accontentare tutti, d'altro canto è difficile immaginare un grande Paese come il Regno Unito accettare una posizione tanto subordinata all'Unione Europea. Altro aspetto da non sottovalutare è relativo al fatto che l'opzione norvegese implicherebbe il mantenimento della libertà di circolazione: proprio l'opposizione all'immigrazione incontrollata era stata una delle motivazioni che avevano portato molti ad esprimersi favorevolmente alla Brexit.

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Quel che resta certo, nell'immediato, è che sarà determinante l'esito della mozione di sfiducia nei confronti del governo, che sarà votata alle 19 di questo 16 gennaio, ore 20 italiane. Se non sarà favorevole alla May, quest'ultima avrà 14 giorni di tempo per fissare la data per un nuovo voto di fiducia: un'altra sconfitta aprirebbe le porte alle elezioni generali. Qualora la fiducia al governo sia confermata, invece, il Primo Ministro ha annunciato la presentazione di nuove proposte alla Camera già nella giornata di lunedì prossimo.

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Le prime reazioni a caldo

Dall'Europa arrivano le prime dichiarazioni, subito dopo la diramazione dell'esito del voto.

"Se non è possibile trovare un accordo e nessuno lo vuole", scrive su Twitter il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, "chi avrà, infine, il coraggio di affermare quale sia l'unica soluzione possibile?", auspicando una possibile rinuncia alla Brexit.

Anche il commento del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, non è tardato ad arrivare: "Sollecito il Regno Unito a rendere chiare le sue intenzioni il prima possibile. Il tempo sta per scadere".

Intanto il governo italiano ha annunciato, in un post su Facebook, di aver preso atto dell'esito della consultazione parlamentare e di rimanere "in attesa di un chiarimento delle intenzioni del Governo britannico sui prossimi sviluppi", auspicando "un recesso il più ordinato possibile [...] a tutela di cittadini e imprese".

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