In questo periodo, in fatto di azioni e mercati finanziari, la rete è invasa da presunti esperti ed opinionisti che sostengono la presenza di una immensa bolla speculativa su borse e azioni di tutto il mondo.

Le prove a sostegno di queste tesi sono spesso ben articolate e convincenti, al punto che anche i più inguaribili ottimisti cominciano a dubitare delle loro certezze.

Personalmente sono convinto della presenza di forti eccessi sui mercati, che prima o poi porteranno a importanti discese dei corsi azionari a danno dei soliti piccoli risparmiatori.

Cercando di trovare in rete qualche dato che mi convincesse invece del contrario, ho trovato un interessante rapporto rilasciato dal OMFIF (Official Monetary and Financial Institutions Forum), un gruppo di ricerca e di consulenza indipendente che opera a livello internazionale con istituzioni, governi e banche centrali.

In base al rapporto rilasciato il 17 giugno ci accorgiamo che le banche centrali di tutto il mondo stanno diventando i nuovi acquirenti a lungo termine nel mercato azionario: i risultati seguono un'indagine completa su 29.100 miliardi di dollari di investimenti da parte di 157 banche centrali, 156 fondi pensione pubblici e 87 fondi sovrani.

Ma chi, tra questi soggetti, sta facendo la maggior parte degli acquisti? Sorpresa, sorpresa, non la Federal Reserve americana bensì, citando il Financial Times:

"L'amministrazione statale cinese di Foreign Exchange [SAFE] è divenuta la più grande detentrice del settore pubblico al mondo di titoli azionari, secondo i funzionari citati da Omfif. SAFE, che gestisce 3.9 miliardi di dollari, fa parte della Banca Popolare di Cina. Sembra che la stessa Banca Popolare di Cina stia comprando direttamente partecipazioni, minoritarie e non, in importanti aziende europee."

Bloomberg inoltre, sulla base di una precedente indagine (Central Banks Load Up on Equities, presente sul sito internet), ha scritto l'anno scorso:

"Le banche centrali, guardiani delle riserve mondiali valutarie pari a 11.000 miliardi di dollari, stanno comprando titoli in quantità record a seguito del calo dei rendimenti obbligazionari, che spinge anche gli investitori più avversi al rischio verso i titoli azionari.

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In un sondaggio di questo mese su 60 banchieri centrali da parte di Central Banking Publications and Royal Bank of Scotland Group Plc, il 23 per cento ha detto che possiede azioni o ha intenzione di comprarle. La Banca del Giappone, titolare della seconda più grande riserva, ha dichiarato il 4 aprile che raddoppierà gli investimenti in fondi negoziati in borsa fino a 3,5 trilioni di yen (35,2 miliardi dollari) entro il 2014. La Banca d'Israele ha acquistato titoli per la prima volta lo scorso anno, mentre la Banca nazionale svizzera e la Banca nazionale ceca hanno aumentato le loro partecipazioni di almeno il 10 per cento.

"Nell'ultimo anno o giù di lì ho parlato con 103 banche centrali di diversificazione azionaria" sostiene Gary Smith, responsabile globale con sede a Londra di istituzioni ufficiali presso BNP Paribas Investment Partners, che supervisiona circa 649 miliardi dollari. "Se le riserve sono in crescita, lo sono anche le pressioni verso la diversificazione. Le azioni non saranno il principale investimento per ogni Banca Centrale nel prossimo futuro, ma la maggioranza di esse si sta muovendo su questa strada."

Davanti a questi dati si potrebbe concludere che siamo all'inizio di un trend secolare al rialzo per i mercati azionari di tutto il modo, a dispetto invece dei disfattisti che prevedono lo scoppio di un'altra bolla speculativa almeno pari a quella del 2007.

Chi avrà ragione? Al momento è impossibile dirlo. Di una cosa sono invece convinto: i piccoli risparmiatori in questi ultimi due/tre anni non si sono riversati in massa a comprare azioni come era accaduto prima del 2007; un'eventuale scoppio di una seconda bolla speculativa in questo caso sarebbe pagato principalmente da istituzioni pubbliche e banche di investimento, anche se l'effetto finale si riverserebbe naturalmente sulle tasche dei cittadini... #finanziamenti imprese #Crisi economica