E' un po' di giorni che se ne parla;dal web alla carta stampata, dai socialnetwork alla Tv, spopola la campagna CoglioneNo, una campagna disensibilizzazione nata dall'unione di tre ragazzi fondatori delcollettivo Zero. Obiettivodei tre è infatti sensibilizzare l'opinione pubblica al rispettodel cd. lavoro creativo, quali sono grafici, videomaker,giornalisti, ec. tutte professioni che in un modo nell'altrofiniscono sempre, con la contemporaneità e 'l'anonimato diinternet', per correre il rischio di non essere retribuite in nomedi una più 'evidente' visibilità.

Da ciò si comprende anche il perchèdel curioso appellativo.

Come molti sapranno la campagna creata daNiccolò Falsetti, Stefano De Marco e Alessandro Grespan,rispettivamente di 26, 25 e 29 anni, originari di Grosseto, Roma eTreviso, prende spunto da tre diversi video che ironizzano sulla pocogratificante realtà di tre professioni, un antennista, ungiardiniere ed un idraulico, i quali dopo aver svolto conprofessionalità il proprio lavoro, si sentono dire dai propriclienti nel momento della retribuzione;"non c'è budget ma ti facurriculum".

Già, peccato che con il curriculum non ci simangia, verrebbe da rispondere. Ed è questa infatti la ragione per laquale il collettivo è nato, far capire all'opinione pubblica, allaclasse dirigente, e alla clientela che le nuove professioni,sviluppatesi con la diffusione di internet e della comunicazione dimassa, meritano lo stesso rispetto che si nutre normalmente per ogniprofessione più radicata nell'immaginario collettivo, come sono i'più qualificati' medici, avvocati, idraulici o magari giornalisticon contratto.

Una ragione tra l'altro chiaramente esposta nel sitodel collettivo, che così dice:"Questo gennaio Zero vuole unire levoci dei tanti che se lo sentono dire ogni volta. Vogliamo ricordarea tutti che siamo giovani, siamo freelance, siamo creativi ma siamolavoratori, mica coglioni", e mi sembra chiaro, direi. Tant'èche molte sono state le manifestazioni di solidarietà all'iniziativa lanciata dal collettivo, non fosse, tra l'altro, che molti sono coloro chedelle più giovani generazioni vivono lo stesso disagio denunciatocon ironia dai tre video realizzati: in sole poche ore, comeammettono testate giornalistiche come Adnkronos e Wired,sono state decine di migliaia le condivisioni, e per Wired si tratta di un vero record, più di 30mila 'mi piace' inmeno di 24 ore.

Ora, qualcuno potrebbe obiettare:" Ma farel'idraulico, non è fare il giornalista on line, o il web designer;il primo risolve problemi concreti ed immediati, il secondo no." Masi sbaglia; il punto infatti non sta nella 'vanità' di questeprofessioni, come a dire che 'creatività' può esser letta come'inutilità', ma nella lenta e progressiva estinzione dei dirittiinscritti nella dimensione del lavoro tout court, sempre menotutelato e sempre più oggetto di ricatti. Sono questa prospettiva,ahimè, non c'è differenza alcuna e la storia del diritto e dellalegge, ne è la più evidente conferma.

D'altronde difronte ad unoscenario come quello attuale, dove il lavoro è una chimera, ladisoccupazione cresce e la disuguaglianza anche, può essereconsiderato un difetto anche la creatività?

Questo mondo livellaanche le idee? Domande che ai più potranno sembrare retoriche, mache in realtà nascondono una profondità ancora tutta da indagare.Qualcosa tuttavia sta cambiando, se non altro per l'ingresso dellepiù giovani generazioni tra i vertici dell'establishment politico;non a caso il segretario Pd, Matteo Renzi, tra i puntiprevisti nell'ormai noto Jobs Act, ha previsto un urgentepiano capace di creare lavoro a partire da internet, un'esigenza tral'altro dettata dalla stessa contingenza dell'evoluzione tecnologica,che favorirà in un futuro ormai prossimo sempre meno la 'manodopera'del lavoro, sostituita da robot e bracci meccanici, e sempre più 'leidee'.

Allora, si può ancor parlar male della creatività?

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