Opzione donna è un provvedimento varato dall’allora Ministro Maroni che quest’anno è tornato alla ribalta per via dell’ inserimento nella Legge di Stabilità e della sua estensione al 2015. Molte lavoratrici che raggiungono determinati requisiti al 31 dicembre del 2015 possono anticipare la pensione rispetto alle soglie di uscita attualmente in vigore. Naturalmente, il provvedimento non è gratuito, le lavoratrici dovranno accettare una riduzione definitiva dell’importo della pensione che percepiranno nel resto della loro vita.

Su questo punto è necessario chiarire cosa andranno a perdere le lavoratrici ed anche quali sono i contributi utili ai fini del raggiungimento dei requisiti necessari.

Opzione donna, non tutti i contributi sono utili

Opzione donna quindi permette alle lavoratrici dipendenti, sia nel pubblico impiego che nelle aziende private, che raggiungono i 57 anni e 3 mesi di età di andare in pensione subito senza aspettare gli oltre 66 anni necessari oggi che è in vigore ancora la Legge Fornero. Per le lavoratrici autonome, l’età da raggiungere invece è di 58 anni e tre mesi.

Oltre all’età anagrafica, sono necessari anche 35 anni di contributi versati. I contributi utili al calcolo dei 35 necessari sono quelli obbligatori, quelli figurativi, quelli volontari se autorizzati e quelli da riscatto e ricongiunzione. Non fanno parte del pacchetto di contribuzione utili quelli per malattia o quelli per disoccupazione. Bisogna sapere anche che sono escluse da opzione donna tutte le lavoratrici che hanno beneficiato di una delle sette salvaguardie esodati.

A quanto ammonta la decurtazione della pensione

Per le lavoratrici che raggiungono i requisiti necessari e che scelgono l’uscita anticipata, c’è da fare i conti con una penalizzazione di importo della pensione. Il motivo è che nonostante si siano versati i contributi in un sistema retributivo o misto, l’opzione donna prevede che la pensione sia calcolata con il metodo contributivo. La penalizzazione media per le lavoratrici si aggira intorno al 30%, ma essa varia in base alla tipologia di lavoro svolto, alle date in cui si sono versati i contributi, alla carriera ed all’età della lavoratrice.

Per esempio, una lavoratrice che è nata a marzo del 1958, che ha iniziato a lavorare nel 1979, se percepiva uno stipendio annuo lordo di 30.000 euro, otterrà una pensione lorda di quasi 18.000 euro annui rispetto ai 25.000 che gli toccavano con il sistema misto o aspettando l’uscita normale nel 2020. La penalizzazione per questa lavoratrice si assesterebbe al 28%. Se lo stipendio fosse stato più alto, per esempio 60.000 euro annui, la pensione sarebbe di 29.000 euro annui invece di 46.000, con una perdita del 39% circa.

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