La prima regola per fare carriera nell’Università italiana è avere la consapevolezza che non è il merito a orientare le scelte, ma la logica del “do ut des” e del “vile commercio dei posti’. Questo in un paese diverso dall’Italia probabilmente non sarebbe socialmente ed eticamente tollerato. Ma dato che il fenomeno “concorsopoli” è invece ben radicato nel Belpaese, non di rado capita di venir a conoscenza di casi di palese corporativismo dell’istituzione universitaria.

In questo articolo proviamo a raccontare varie storie che confermano il dilagante fenomeno di concorsopoli e la crescita del contenzioso nelle università italiane.Da una parte dunque c’è chi decide di non ribellarsi e assecondare il sistema di corruzione e le consolidate pratiche di lottizzazione generalmente in corso nell’accademia italiana, dall’altra parte ci sono tutti coloro che si ribellano contro quella gestione scellerata e poco meritocratica dei concorsi negli atenei.

Molti i ricercatori, umanisti e medici che sono contro il sistema corporativismo dell’università italiana

Sebbene nella prassi i bandi sono spesso cuciti su misura e le cattedre sarebbero state “spartite” senza alcun rispetto delle procedure concorsuali, sono in costante crescita la inchieste penali aperte a seguito di denunce di chi non ci sta ad un sistema corrotto che offre corsie preferenziali solo agli interni. Molto spesso sono infatti i pupilli dei professori a conseguire i vari posti di professore ordinario o associato in assenza di una reale concorrenza.

Nel bando vengono quindi richiesti dei requisiti troppo specifici che non tutti hanno e che mirano quindi ad inserire solo chi è raccomandato. Il paradosso è che, nonostante le denunce, i ricorsi e le sentenze dei Tar e dei Consigli di Stato che condannano molti atenei a rifare i concorsi, gli stessi disattendono il dispositivo. Tali università infatti, non solo non rifanno gli esami e non rinominano le commissioni incriminate, ma neanche riformulano la graduatoria finale.

I casi di Tor Vergata, Calabria, Firenze, Catania: testimonianza di una contestazione crescente

A Roma, il chirurgo Pierpaolo Sileri ha fatto denuncia per tentata corruzione nei confronti di Giuseppe Novelli, rettore dell’Università Tor Vergata. All’epoca dei fatti (febbraio 2015) fu bandito un concorso (non reso pubblico) per un posto da associato in Chirurgia che quindi era stato trasformato in una chiamata diretta.

Il Consiglio di Stato, dopo una prima sentenza del TAR disattesa dal rettore, è intervenuto dichiarando che devono essere in grado di conoscere la procedura anche persone diverse da quelli individuati autonomamente dall’ateneo. Sta di fatto che il vecchio concorso è stato fermato, anche se il nuovo non è stato neppure calendarizzato.

Ancora, sembra abbastanza Kafkiana la storia del concorso di Storia della Filosofia bandito dall’Università della Calabria in cui era stato riammesso un candidato che aveva presentato titoli falsi. L’Università ha ripubblicato la graduatoria retrocedendo al terzo posto la seconda in classifica e il candidato classificato al terzo è avanzato al secondo.

Il vincitore contestato, è rimasto il vincitore, nonostante il Tar locale abbia annullato tale graduatoria ben tre volte.

A Catania invece, l’Università ha interpretato la sentenza del Consiglio di giustizia siciliano in modo piuttosto parziale: non ha assunto secondo la legge il reale vincitore Giambattista Scirè ricercatore di Storia contemporanea, né ha allontanato l’architetta inspiegabilmente premiata. Dopo 4 mesi di lezioni, Scirè è infatti stato liquidato.

Anche il Tar di Pescara è dovuto intervenire per porre fine ai numerosi rinvii dell’Università di Pescara e Chieti su un concorso in Medicina.

La sentenza parlava chiaro: provvedere a formare una commissione diversa e provvedere al riesame dei titoli dei candidati. Il Tar ha altresì ordinato una nuova prova che l’università non ha mai espletato, violando il giudicato della prima sentenza.

Infine c’è l’università di Firenze( Dipartimento di Architettura) e il Consiglio nazionale delle ricerche finiti sulle prime pagine dei giornali per la manifesta illogicità e travisamento della valutazione dei titoli dii partecipanti al concorso . Le commissioni valutavano titoli non posseduti, ma solo autocertificati, assegnando altresì ad alcuni candidati vincitori punteggi ben sopra i limiti fissati.

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