Una nuova pubblicazione, non in commercio, ma diffusa sul territorio, rende il giusto merito ad un'area della Campania Felix dalla tradizione culturale (e culinaria) fortissima, ma non altrettanto promossa e diffusa.

Nella colonia romana di Alife era coltivata e particolarmente apprezzata una qualità di vitelocale, che faceva dire a Silio Italico: "Le campagne di Alife splendenti del sorriso di Bacco".

Il vino di questa città era bevuto in una caratteristica coppa fabbricata sul posto, la "pocula alifana".

E non solo nell'antichità classica: in pieno medioevo, tra il XII e il XIII secolo,ad Alife l'agricoltura era florida e si fabbricavano pure scodelle in legno da esportare fino in Puglia:due regioni, Campania e Puglia, ricchissime di tradizione culinaria. La coltivazione della cipolla,che tuttora è presente in alcuni orti cittadini,ha origini altrettanto antiche, si presume addirittura nell'antichità classica. Infatti, come si evince da una lapide, il nome "Ceparia", ovvero cipolla, era diffuso sul territorio come nome di persona femminile.

La tradizione culinaria locale

Gianni Parisi, con il suo nuovo libro"Dalla terra dei fuochi, alla terra dei...cuochi" offre una rivisitazione della tradizione culinaria locale e della Campania in generale, con l'intervento di esperti e studiosi in appendice al volume.L'autore, molto attivo in ambito artistico-culturale, non si è cimentato in un libro di ricette, ma in un testo sulla cucina locale: cosa, come e dove si mangiava secondo la tradizione.

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Così diventa interessante leggere cosa mangiavano gli antichi alifani in età romana, come emerge dagli scavi del criptoportico romano recentemente riaperto alla visita del pubblico; quali erano le disposizioni sui macellai e gli ortolani secondo gli Statuti cittadini del 1500; o ancora come si svolgeva l'allevamento del maiale nel corso del 1800 ad Alife, come emerge dalla documentazione locale giunta fino a noi; fino alla cottura del pane nel forno a legna, ancora diffuso in alcunecase private.

Curiosapoi l'attività, documentata ancora nell'Ottocento, del "guardiano de' neri", ovvero del guardiano dei maiali neri: questa personariuniva al mattino i maiali che le famiglie tenevano nel centro abitato e li portava "al pascolo", al di fuori delle antiche mura romane, per farli poi rientrare nella cittadinaal calar delsole, fin nei loro ricoveri, detti "mandrelle", ubicati presso le abitazioni civili.

Dalmaiale da ingrasso, poi, si ricavavano salsicce, prosciutti, sugna ed altro.Il volume è stato presentato per la prima volta, poche settimane fa, presso il Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano.

La scheda:Gianni Parisi, "Dalla terra dei fuochi alla terra dei...cuochi", Consorzio di Bonifica del Sannio Alifano, 2015.

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