Le polemiche degli ultimi giorni sulla nomina di 7 direttori non italiani di grandi musei, tra cui gli Uffizi, dimostrano la miseria intellettuale di questa nostra “democrazia burocratica”, come diceva Pasolini, che si crede tanto colta e tanto superiore,quasi vestale del fuoco sacro, rappresentato dalle innumerevoli opere d’arte di cui, immeritatamente, disponiamo. E non vuol capire che, se vogliamo veramente conservare il nostro retaggio millenario, dobbiamo renderlo massimamente fruibile dal pubblico e dobbiamo cercare di ricavare da tale fruizione almeno quanto occorre a pagarne la conservazione, oltre ai necessari interventi sulle strutture e sulla accessibilità, dando anche luogo ad un ampio sviluppo di profittevoli attività collaterali.

Perciò i nostri uffici di sovrintendenza ai beni culturali, con la loro importante esperienza riferita alla conservazione, sono completamente inadatti a svolgere le funzioni, che pure la legge prevede, di valorizzazione di tali beni di pregio assoluto, che equivale ad una loro commercializzazione al pari di altri beni, sia pure con le opportune, adeguate modalità che la loro specialità richiede. È giusto pensare che un direttore di museo [VIDEO],piuttosto cheun mero conservatore o anche un profondo studioso dei beni affidati alla sua cura, debba essere principalmente un venditore del suo “prodotto” e, come un direttore di albergo deve vendere le sue camere e le sue sale, come un ristoratore deve vendere i suoi tavoli, così un direttore di musei deve vendere le sue opere d’arte.

Finalmente, negli ultimi tempi, a livello governativo si sta comprendendo l’importanza della gestione dei beni culturali, e si comincia a tradurre, sia pur timidamente, questa nuova consapevolezza in atti come questo, a cui si spera ne seguano presto altri, anche più decisi, che possano fare veramente della cultura laprincipale industria italiana, come è stato detto.

E non a caso, da qualche tempo, si stanno sviluppando iniziative formative di alto livello sul management dei beni culturali, che potranno presto aiutarci a recuperare quel primato della accoglienza turistica che avevamo, non soltanto per il possesso, ma anche per lo studio, per la conservazione, per il restauro dei beni culturali, e abbiamo perso.

Senza contare tutti i beni che abbiamo, ancora nascosti o dispersi nel nostro territorio, di valore culturale, naturalistico, storico; di proprietà pubblica o privata, ma tutti appartenenti al patrimonio italiano, e che non riusciamo a conservare proprio perché mancano le risorse che una corretta valorizzazione potrebbe portarci.

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