Lunghi capelli castani, incarnato di porcellana e un paio di occhi verdissimi e dal taglio esotico, perennemente bistrati di nero: Qandeel Baloch, nome d’arte di Fouzia Azeem, non sorriderà mai più davanti all’obiettivo di una macchina fotografica.

E’ stato suo fratello Waseem, di trent’anni, a strangolarla e a negarle così per sempre la possibilità di riscattare se stessa da una realtà sociale, religiosa e culturale che cominciava a starle stretta.

Conosciuta come la Kim Kardashiandel Pakistan, Qandeel Baloch, ventisei anni e il sogno di emancipazione strappato alle restrizioni di un Paese ancora fortemente islamizzato e conservatore, aveva fatto appello alla protezione del governo per le ripetute minacce alla sua incolumità, pervenute proprio tramite quei social network che tanto amava.

"Non importa per quante volte sarò messa al tappeto. Sono una guerriera e balzerò in piedi", scriveva infatti la giovane modella su Facebook non molto tempo fa, chiarendo di credere strenuamente “in un femminismo dei giorni nostri.

Io credo nell'uguaglianza. Penso che non dovrebbe esserci nessun bisogno di limitare noi stesse solo per far piacere alla società. Sono solo una donna con pensieri liberi, con una mentalità aperta e adoro il modo in cui sono fatta".

Della volontà di non accondiscendere ai dogmi di una religione che non sentiva il bisogno di professare e di non voler soggiacere alle imposizioni di una morale retriva, lascito del Pakistan pseudo-moderno post-Indipendenza, che considerava inconciliabile con le proprie aspirazioni di nuova eroina “girl power”, la Baloch aveva dato più volte prova concreta, valicando l’astrattismo limitato e limitante dei social stessi.

Difatti, data in sposa a soli diciassette anni ad un uomo che di anni ne aveva cinquanta, aveva avuto la forza di ribellarsi al proprio destino, troncando definitivamente quella relazione improbabile appena due anni dopo.

Costantemente in bilico tra provocazione e radiosi sorrisi offerti senza parsimonia agli obiettivi dei fotografi e in punta di piedi sulla corda tesa di una moralità bigotta e insussistente, che voleva ad ogni costo trasgredire giudicandola anacronistica rispetto all’era di internet e degli smartphones, Qandeel aveva quasi rasentato lo scandalo, offrendosi di spogliarsi qualora il Pakistan avesse vinto il match di cricket con l’India.

Ma Qandeel Baloch dei precetti e delle restrizioni imposte ai musulmani non voleva saperne.Dopo essere scappata nel Punjab, la giovane donna aveva fatto sapere che, accanto alle minacce di morte, la sua posta elettronica traboccava di messaggi di migliaia di altre donne. Donne mortificate nella propria femminilità, che erano riuscite finalmente a vedere in lei l’alternativa al ruolo subalterno da sempre riservato, in questa specifica area geo-culturale, a madri, figlie, mogli: il simbolo, insomma, della lotta contro l’assetto patriarcale della società pakistana che non sembra essersi affatto ridimensionato, dall’espansione della legge islamica durante la dittatura del generale Muhammad Zia-ul-Haq negli anni Ottanta, fino al puritanesimo morigerato e “democratico” dei tempi più recenti.

E così, all’indomani della morte della giovanissima Qandeel Baloch, corre sul filo della retorica fine a se stessa la condanna unanime, tutta occidentale, alla comunità islamica. Come se fosse davvero l’Islam il principale spauracchio di quella civiltà, più a Ovest del Pakistan, che, seppur geograficamente e ideologicamente distante dagli integralismi e dai patriarcalismi imposti dall’etica religiosa, continua a reggersi pericolosamente sugli equilibri precari della violenza di genere.

E mentre nel mondo si piange la morte dell’ennesima donna, colpevole di aver sbandierato al mondo di esistere a prescindere dall’essere moglie o figlia, qualche smemorato avrà già dimenticato che, agli inizi del secolo scorso, nel moderno e libero Occidente, ancora vigeva la depenalizzazione del “delitto d’onore”.

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