I recenti fatti di cronaca hanno riaperto il dibattito sull'uso "distruttivo" dei social network, diventati oramai parte integrante del nostro vissuto quotidiano: eppure queste estensioni virtuali della nostra possibilità di agire sulla società, ci concedono la fantastica possibilità di scambiare saperi, conoscenze e modi per migliorare(rsi), creando una nuova spinta motivazionale allo stare insieme e al confronto con diversi modi di essere.

Facebook, Twitter, YouTube e altri "colossi" dell'informazione condivisa sono diventati la "stanza ideale" in cui ognuno può esprimersi liberamente, informarsi ed informare, approfittando della capacità di questi network di convogliare l'attenzione di un numero indefinito di persone. Parallelamente al boom di utenze sui social negli ultimi anni, questo indubbio vantaggio sociale è degenerato, molto spesso, nella condivisione virale dei propri istinti distruttivi, usando i social network non solo per veicolare bufale preconfezionate, a volte causate da disattenzione e/o ignoranza, ma anche per promuovere azioni lesive della dignità personale.

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Tutta la società, nel bene o nel male, sembra aver trovato un proprio "alter ego" in rete che studia, lavora, scambia, si diverte e condivide -ahinoi - i propri "mostri interiori".

L'uso distruttivo dei social network nell'attuale società, al di là dei casi di cronaca che sconfinano nella "massificazione" di disprezzo e insofferenza sociale, sembra chiamare in causa radici più profonde della psicologia umana: quello che si potrebbe leggere persino tra le righe di alcuni post apparentemente "innocenti", è il desiderio di attirare l'attenzione e di essere riconosciuti socialmente, un insaziabile moto interiore altrimenti definibile come "vanità".

La caratteristica di questo "bisogno" è che deve essere ripetutamente appagato, per non deludere e creare sconforto, e i social network offrono la reale possibilità di esibirsi e dare un'immagine sociale di se stessi con dei semplici "click" del mouse.

Tuttavia, questa espressione "fiabesca" di sé, a volte dettata da un impulso momentaneo, oppure perché nella realtà sono rimaste disattese le proprie aspirazioni, diventa solo una pura illusione di essere.

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Per alcuni, i social sono un modo rassicurante di esserci sempre, patologicamente sempre, nel qui ed ora, continuamente illuminato dai riflettori della scena sociale. Fino ad arrivare alla conclusione che, nel bel mezzo dell'onda anomala dell’informazione vagante, questo famelico desiderio di ostentare - "io sono" - si trasforma in un "sono stato", fino a dissolversi nel "fui" di un indistinto ricordo.

In base a quanto emerso da molti profili, sui social network sono stati individuati alcuni comportamenti di gravità variabile, giudicati distruttivi per il perfetto equilibrio della società:

  • Profilo auto-referenziale, ovvero apparire mostrando ciò che potrebbe piacere agli altri e non quello che si è veramente
  • Comunicazione personale non proprio semplice e chiara, spesso disturbata da "rumori" e passibile di fraintendimenti
  • Dubbio autenticità dei feedback ("chissà se faccia a faccia commenterebbe lo stesso con un mi piace")
  • Falsità e verità distorte: eppure la bugia riesce ad essere virale più di mille verità
  • Esibizione di falsi saperi (tutti sanno tutto, ma a cosa servono allora i professionisti?)
  • Condividere mostruosità e il proprio vuoto esistenziale: gli esempi, purtroppo si commentano da soli
  • Scarso approfondimento delle informazioni (circa il 56% degli utenti legge solo il titolo dell'articolo prima di trarre conclusioni)
  • Fanatismi e pseudo convinzioni; altro strumento per attirare consensi
  • Scarsa padronanza della lingua Italiana (basta leggere qualche commento per capire come la grammatica italiana sia diventata un’opinione, come non lo è a volte la matematica!)
  • Pseudo convinzione di essere "attivi" (motivandosi con la commemorazione di eventi tragici e rendendo la stessa giustizia che renderebbe Peppa Pig ai suoi "gustosi" fratellini in carne ed ossa).
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