Sulla vicenda del premio Nobel conferito a Bob Dylan sembrava fosse stato detto tutto, invece l’annuncio del cantautore americano, troppo ‘impegnato’ per andare a ricevere il premio, riapre il caso. Per cui ho pensato di scrivere due righe in proposito.

Molto spesso le decisioni del comitato hanno destato perplessità e reazioni contrastanti. Nel caso del cantautore statunitense, del quale sono un profondo ammiratore sin dai tempi dell’università, quando un mio caro amico californiano me lo fece ascoltare per la prima volta, ho molte riserve.

Non credo che Dylan sia un poeta come sostengono in molti, ma un vero e proprio cantautore. E dico questo per renderlo ancor più grande ed inimitabile, al di là dell’ultimo premio conferitogli. Infatti, non ritengo possibile scindere il legame che esiste tra testi, musica e interpretazione. Al pari di altri, quali Fabrizio De André, giustamente già menzionato da molti connazionali o aggiungo, a mio modesto parere, Silvio Rodríguez, non avrebbe senso né tanto valore isolarne i giri armonici, l’interpretazione o semplicemente i testi.

In definitiva, uno come Dylan non va preso (e pertanto nemmeno premiato) a pezzi. Va gustato tutto com’è, con la sua armonica e la sua voce sottile ma pungente. Se la mettiamo così, Bob avrebbe addirittura un vantaggio illecito rispetto ad uno scrittore o un poeta tradizionale, visto che la componente musicale e forse anche quella politico-sociale nel suo caso specifico è tutt’altro che secondaria.

Detto questo, l’Accademia di Stoccolma ha le sue regole e, in fin dei conti, ha il pieno diritto di applicarle come meglio crede.

Ad ogni modo, l’aspetto positivo di tutta questa faccenda è che i giovani di oggi ascolteranno (lo spero davvero) ed apprezzeranno il genio di Dylan e avranno coscienza di quanto importante, anzi fondamentale direi, sia l’arte in generale per l’essere umano. Non ho alcun dubbio nel sostenere fermamente che coltivare e nutrire costantemente il nostro animo e la nostra mente con un’ampia dose di arte ci renda notevolmente migliori; questo perché le arti aumentano non solo la sensibilità ma sviluppano anche il senso critico in ciascuno di noi, permettendoci così di essere liberi dalle complesse sovrastrutture che il quotidiano c’impone ora più che mai.

Non si tratta solo di essere più creativi nel senso caotico e un po’ folle del termine: oserei dire che è tutto il contrario. L’apprezzare e magari essere parte attiva di un processo artistico comporta disciplina, sudore, passione, gioia e dolore; il tutto nella costante ricerca della perfezione e di quell’armonia perfetta narrata in modo sublime da un certo Dante Alighieri. Il concetto di Bellezza e di Perfezione Eterna non esiste in questo mondo; le arti non fanno altro che farci tendere ad esse, creando dentro di noi un anelito ed un immenso piacere nel perseguirle.

Tutto il resto è futile, relativo, banale, come lo è per Bob Dylan volare fino a Stoccolma per ricevere l’ennesimo premio.

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