Vittime con età e nazionalità diverse. Rimini, Jesolo, Firenze, Milano, Lecce, Roma, sono solo alcune delle città rese note dai notiziari in cui solo nell’ultimo mese sono avvenuti casi di stupro contro le donne, da parte di giovani ragazzi italiani e stranieri che agivano spesso sotto l’effetto di droga e alcol. Sarebbe troppo facile considerare la violenza come una caratteristica propria e innata dell’essere umano e, sarebbe altresì fuorviante, poiché bisognerebbe spiegare come mai solo alcuni ne siano investiti.

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La spiegazione opposta a tale affermazione è quella che vede nel contesto sociale e privato la chiave di lettura più bilanciata. Per quale motivo poi ci si sia soffermati sulla violenza di genere anziché su quella generale, ponendo pertanto l’accento, talvolta mediatico, su un determinato gruppo di persone e tralasciando così automaticamente tutto il resto, è da comprendere.

Il caso del Messaggero: donne che protestano e che non subiscono

Come resta incompreso e al più polemizzato il decalogo firmato dalla storica e giornalista italiana Lucetta Scaraffia e pubblicato da Il Messaggero per “rendere Roma una città più sicura per le donne”, che ha suscitato non poco disappunto come si è visto il 21 settembre scorso con il sit-in organizzato dall’associazione Non una di meno proprio sotto la sede romana del quotidiano.

La serie di regolette e consigli utili per non farsi stuprare, sono apparse del tutto fuori luogo tanto da irritare molte donne e femministe che da ogni dove si sono sentite in dovere di appoggiare la causa. Alle protagoniste di Non una di meno è sembrato oltremodo "insufficiente e inopportuno che la Sindaca Raggi (incontratasi il giorno prima con il Prefetto di Roma Paola Basilone per parlare di ordine pubblico e sicurezza in merito agli ultimi episodi di violenza contro le donne, ndr.) proponga solo misure securitarie quando, al tempo del suo insediamento, incontrandoci agli sportelli anti-violenza, aveva assicurato interventi efficaci e strutturali in merito, ascoltando in primo luogo le donne, le loro richieste e proposte", come se l’ascolto avesse ritrovato spazio nelle priorità della Capitale solo nel momento in cui si è ripresentato il problema.

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Se il Prefetto ha infatti notato che, nella suddetta riunione con la Sindaca, l’incidenza degli Stupri dal gennaio scorso è aumentata del 6% riconoscendo però nelle forze dell’ordine una grandiosa capacità di reprimere nell’immediato il crimine, non possiamo che ricordare le conferme che ci vengono da un convegno scientifico del marzo scorso tra Istat e Dipartimento sulle Pari Opportunità, nel quale la sociobiologa Maria Giuseppina Muratore esponeva che dalla prima indagine sulla violenza di genere condotta nel 2006 a quella successiva nel 2014 si osservò una diminuzione delle violenze fisiche e sessuali con l’aumento percentuale della loro gravità.

Situazione che non migliora neanche sul luogo di lavoro dove è facile registrare casi di molestie e ricatti sessuali. Dati che comunque non possono essere considerati completi, poiché non tutti i casi di violenza vengono regolarmente denunciati alle autorità, rendendo perciò ogni statistica carente.

La provocazione della Scaraffia si è unita così a tutte quelle voci che, sebbene siano contro lo stupro, si sentono in dovere di consigliare alla donna di adottare una maggiore dose di cautela rispetto a quella che verrebbe richiesta ad un uomo, per non incorrere in situazione spiacevoli, come la violenza sessuale, che la società finirebbe per ritenere giustificata.

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C’è da chiedersi allora se l’imperativo morale di chi commette una violenza non fosse quella di fare deliberatamente del male, ma fosse quella di adottare un comportamento difensivo da una situazione che si sta illudendo provocherà a lui dolore. In questo senso potremo parlare di personalità alterate da un contesto estremo, come ad esempio le guerre dalle quali i migranti (anche se statisticamente “all’incirca il 61% dei casi è stato commesso da italiani e il 39% da stranieri”), spesso coinvolti in questi crimini, provengono. Spesso non vuol dire sempre e ciò significa che dovrebbe essere compito della giurisprudenza saper garantire ad ogni cittadino una eguale difesa, del corpo e della mente.

Il ruolo delle istituzioni

Ruolo importante in questo schema lo ricopre la classe dirigente del Paese in cui si innescano questi comportamenti: va da sé che se un cittadino ha una bassa percezione della sicurezza che lo Stato può garantirgli (percezione di insicurezza che infatti quest’anno ha raggiunto il 46%), potrà essere meno predisposto al confronto, al dialogo o alla cooperazione, è possibile possa sentirsi minacciato da una qualsiasi relazione esterna ed è altresì probabile che, nel momento in cui avvertirà il pericolo, il sentore che avrà non sarà quello di parlare ma di attaccare. E’ anche vero che non sempre all’origine della violenza c’è il bisogno di essere ascoltati, ma come leggiamo nelle cronache quotidiane sembra essere più simile a una viscerale tendenza di distruzione e non è pensabile auspicare che una persona, resa vittima si interroghi sui motivi che hanno spinto il suo carnefice, la cui sfida che si pone sarebbe quindi quella di gestire il proprio potere trasmettendo un senso di impotenza alla donna con lo stupro, ad agire in quel modo.

A monte quindi ci dovrebbero essere dei pacchetti strutturali e legislativi volti alla tutela, alla cura e alla riabilitazione delle vittime, come può essere la Convenzione di Istanbul ratificata da 22 Paesi tra cui l’Italia e approvata dal Consiglio Europeo in merito alla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere, parallelamente ad altri pacchetti che avrebbero l’obiettivo di promuovere l’educazione, la formazione e il benessere collettivo.

Non stupisce che gli studi di paleontologia abbiano attestato che “il primo omicidio documentato, per via di alcune lesioni traumatiche rilevate su un cranio ritrovato in Spagna, nella Storia risalga a 430.000 anni fa” (articolo Le Scienze, maggio 2015), ma stupirà senz’altro concepire l’idea che ancora nel 2017 usiamo la violenza come risposta al conflitto di intolleranze che si è scatenato nel mondo, anziché cercare soluzioni più pacifiche.

La psicologia della violenza

Esperti in scienze cognitive e sociologiche hanno nel tempo trainato l’opinione pubblica verso una visione del conflitto multiculturale che spiegherebbe la violenza tramite la differenziazione del gruppo in cui essa si è creata. Altri studiosi asseriscono che la violenza abbia radici filogenetiche, ossia che ci sia un “gene dello stupro” tramandato di generazioni, il tutto amplificato da cultura e stili di vita. Già la rivista Le Scienze nel 2012 si domandava con Gianbruno Guerrerio se alla base dell’essere umano ci fossero l’aggressività e la violenza, se entrambi questi fattori potessero dimostrare che sì, siamo nati proprio così.

Non solo studi recenti hanno cercato di spiegare questi fenomeni, oggi anche legati all’uso che le persone fanno delle nuove tecnologie. Patricia Wallace, professoressa di psicologia nel Maryland e autrice di diversi libri, nel suo ultimo La psicologia di Internet ha voluto rintracciare le tendenze comportamentali che si affermano con l’uso della rete. Scopriamo così che è a partire dagli anni Settanta che “sono diventate sempre più frequenti e disponibili al pubblico storie e immagini di aggressione e violenza sessuale verso le donne”, rendendo pertanto sempre più realistico il concetto secondo cui quello che viene mostrato dall’esterno coinvolge e influenza, soprattutto quando sono le immagini a far credere che quel comportamento è giusto e che, anzi, siano le donne a volerlo. Ciò potrebbe riportare l’attenzione sulla frase pubblicata e cancellata subito dopo nella pagina Facebook del Resto del Carlino da quel mediatore culturale, 24enne, di Crotone che, in merito allo stupro di gruppo avvenuto a Rimini il 25 agosto scorso scrisse: "Lo stupro è un atto peggio ma solo all'inizio, poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale" che, a parte sottolineare lo scarso uso del linguaggio, potrebbe anche far luce su un atteggiamento passivo-aggressivo.

Se rimane vero che l’essere sottoposti a immagini forti provenienti da film, videogiochi, realtà, allora ci sarebbe da chiedersi come possa inibire a tal punto la libera scelta di agire secondo coscienza, anziché secondo un raptus del momento, salvo poi nascondersi dietro alla scusa dell’ubriachezza, come abbiamo letto essere avvenuto negli ultimi casi di stupro che hanno sollevato tali quesiti.