Dormire otto ore non sembra più sufficiente. Bisogna controllare quanto sonno profondo abbiamo raggiunto, scegliere l'orario ideale per coricarsi, monitorare i risvegli, creare la perfetta routine serale e magari acquistare qualche prodotto che prometta di migliorare ulteriormente il riposo. All'estremo opposto c'è chi decide semplicemente di non alzarsi dal letto.
Benvenuti nell'epoca in cui anche dormire rischia di diventare una prestazione.
Negli ultimi anni sui social si sono moltiplicati termini come bed rotting, sleepmaxxing e morning shed, insieme a consigli, rituali e dispositivi dedicati al sonno.
Un fenomeno che racconta certamente una maggiore attenzione verso il riposo, ma anche un curioso paradosso: nel tentativo di dormire perfettamente, si rischia di preoccuparsi così tanto del sonno da renderlo un'altra attività da controllare.
Quando il riposo diventa un trend
Il bed rotting è probabilmente la versione più radicale del desiderio di fermarsi. L'espressione indica l'abitudine di trascorrere volontariamente lunghi periodi a letto senza necessariamente dormire: si guarda una serie, si scorre lo smartphone, si mangia, si legge o semplicemente non si fa nulla.
Una sorta di ribellione domestica alla produttività continua che ha trovato terreno fertile soprattutto tra i più giovani.
Secondo un'indagine commissionata dall'American Academy of Sleep Medicine (AASM) nel 2025 su oltre 2.000 adulti statunitensi, il 18% degli intervistati aveva già provato il bed rotting.
Tra la Gen Z la percentuale saliva al 31%. Complessivamente, il 56% degli adulti aveva sperimentato almeno uno dei trend sul sonno diventati popolari sui social.
Ma mentre alcuni scelgono di abbandonarsi al letto, altri fanno esattamente il contrario: cercano di perfezionare ogni minuto trascorso tra le lenzuola.
È lo sleepmaxxing, cioè l'insieme di strategie, prodotti e tecnologie utilizzati con l'obiettivo di massimizzare la qualità del sonno. Il 12% degli intervistati dall'AASM dichiarava di averlo già sperimentato.
Smartwatch, app e il sonno trasformato in un dato
La tecnologia ha aggiunto un ulteriore elemento. Smartwatch, anelli intelligenti e applicazioni permettono ormai di svegliarsi e scoprire immediatamente quanto e come abbiamo dormito.
In un'altra indagine dell'AASM, pubblicata nel 2026, il 48% degli adulti americani dichiarava di aver utilizzato un dispositivo per monitorare il sonno, rispetto al 35% rilevato nel 2023. Più della metà di chi utilizzava questi strumenti aveva modificato almeno un proprio comportamento sulla base dei dati ottenuti.
Sapere di più sul proprio riposo può essere utile. Il problema nasce quando il dato smette di essere un'informazione e diventa un voto.
Esiste persino un termine, orthosomnia, utilizzato per descrivere l'eccessiva preoccupazione di ottenere un sonno perfetto alimentata anche dai dati dei dispositivi di monitoraggio. Nella stessa ricerca, il 76% degli intervistati affermava di aver perso almeno una volta il sonno proprio a causa della preoccupazione per i propri problemi di sonno.
Il paradosso è evidente: controlliamo il sonno per stare più tranquilli e finiamo per preoccuparci di come abbiamo dormito.
Quando riposare diventa un'altra cosa da fare bene
La ricerca del riposo perfetto si inserisce in un fenomeno più ampio. Dopo alimentazione, allenamento, produttività e cura della pelle, anche il sonno è entrato nella cultura dell'ottimizzazione personale.
Sui social convivono meditazione e respirazione, integratori di magnesio, routine rigidissime, tecniche basate su cicli di 90 minuti e pratiche più controverse come il mouth taping, cioè dormire con la bocca chiusa mediante un cerotto. Nella ricerca AASM del 2025, il 19% degli intervistati dichiarava di aver assunto magnesio per favorire il sonno e il 7% di aver provato il mouth taping.
Non tutte queste pratiche hanno però lo stesso fondamento scientifico e gli specialisti invitano a non confondere la popolarità sui social con l'efficacia.
Anche trascorrere un'intera giornata a letto non equivale necessariamente a recuperare energie. Gli esperti della Sleep Foundation ricordano che passare molto tempo svegli a letto può indebolire l'associazione mentale tra letto e sonno. Restare tutto il giorno in casa, inoltre, riduce l'esposizione alla luce naturale, importante per la regolazione del ritmo sonno-veglia.
Forse abbiamo bisogno di riposare dal bisogno di ottimizzarci
Dietro questi trend rimane però una domanda interessante. Perché il sonno occupa uno spazio così grande nella conversazione contemporanea?
La stanchezza è tutt'altro che immaginaria. Un'indagine AASM ha rilevato che il 72% degli adulti statunitensi afferma che la sonnolenza influenza almeno occasionalmente le proprie attività quotidiane. Tra gli effetti più citati compaiono umore, stress e produttività lavorativa.
È comprensibile, quindi, che si cerchino nuove soluzioni. Ma forse il confine da osservare è proprio quello tra prendersi cura del sonno e trasformarlo nell'ennesimo obiettivo da raggiungere.
Dormire bene rimane fondamentale per la salute. Non significa, però, che ogni notte debba produrre un punteggio perfetto sullo smartwatch o che ogni momento di stanchezza richieda un nuovo rituale visto sui social.
Dopo aver imparato a misurare passi, calorie, produttività e tempo trascorso davanti allo schermo, abbiamo cominciato a misurare anche il riposo.
E forse la vera provocazione del 2026 è molto più semplice: riuscire ancora a dormire senza preoccuparsi di essere bravi anche a farlo.