Il vicesegretario dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Stefano Celli, è intervenuto a Roma il 18 ottobre 2026 sulla notizia che la premier Giorgia Meloni non intenderebbe firmare il Dpcm per lo sblocco degli aumenti di stipendio dei magistrati. Tali adeguamenti retributivi sono previsti in base a *sentenze del Consiglio di Stato*, richiamate nel confronto sul decreto.
Celli ha delineato la posizione dell’Anm in caso di mancata firma del provvedimento. “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l'ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi degli altri cittadini: valuteremo dunque il ricorso”.
La dichiarazione lega l’eventuale iniziativa dell’associazione alla presenza di margini giuridici e agli strumenti previsti dall’ordinamento.
La questione del Dpcm e le rivendicazioni dell’Anm
Il punto focale sollevato da Celli riguarda il Dpcm, essenziale per lo sblocco degli aumenti di stipendio dei magistrati. Pur riconoscendo la piena autonomia decisionale del governo, l’Anm valuta il ricorso come strumento di tutela dei propri diritti, qualora il quadro giuridico lo consenta. La vicenda verte sul trattamento economico della magistratura e l’attuazione di quanto previsto dalle *sentenze del Consiglio di Stato* sugli adeguamenti. Celli ha collegato il tema alla protezione dei diritti dei magistrati, equiparati a quelli di ogni cittadino, precisando che la valutazione di un ricorso dipende dai margini legali disponibili.
Un precedente giudiziario sugli adeguamenti retributivi
Un significativo precedente della Giustizia amministrativa è l'atto del Consiglio di Stato, sezione VII, datato 9 luglio 2025, n. 6004. Questo pronunciamento ha riguardato l’adeguamento triennale degli stipendi e delle indennità destinate al personale di magistratura per il triennio compreso tra il 2018 e il 2020. La sentenza ha dichiarato l’illegittimità del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 6 agosto 2021 nella parte relativa alla determinazione dell’adeguamento. La questione era legata ai criteri di calcolo: il decreto non aveva preso a riferimento tutti gli emolumenti che r