Il cancro è senza dubbio il male più feroce del XXI secolo: imprevedibile, polimorfico e difficile da combattere. Batteri e virus, sebbene siano minacce da non sottovalutare, sono abbastanza geneticamente diversi dall'uomo da poter avere armi specifiche che possano danneggiarli senza intaccare le cellule del corpo. Il cancro, invece, è una cellula appartenente all'organismo umano che utilizza i meccanismi naturali dello stesso corpo contro di lui. Insomma, una cellula cancerosa non assume una nuova funzione, non si “inventa” niente: danneggia l’organismo con le sue stesse armi.

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I limiti attuali della chemioterapia

Le terapie più comuni utilizzate fino a qualche anno fa erano abbastanza brutali: venivano utilizzati medicinali e radiazioni che danneggiano sì le cellule tumorali, ma nel processo finiscono per distruggere anche moltissime cellule sane. Negli ultimi anni, l’immunoterapia è emersa come la nuova frontiera della lotta a questa piaga. L’immunoterapia consiste nell'utilizzare il più avanzato sistema di difesa contro il cancro presente nell'organismo umano, le cellule dendritiche e linfociti del sistema immunitario.

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Solo loro, da sole, sono in grado di individuare e uccidere la maggior parte dei tumori. Spesso però questi evolvono così velocemente e sviluppano metodi così sofisticati di camuffamento, da impedire alle cellule immunitarie di ucciderle. Negli anni scorsi si è riusciti a sensibilizzare specifiche porzioni cellulari contro tumori con mutazioni molto evidenti, come melanomi della pelle e tumori dei polmoni, indotti dal fumo.

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Salute Curiosità

Questi tumori si portano una quantità di mutazioni tali che anche alcune proteine presenti sulla membrana cellulare ne risultano modificate di molto. A questo punto i linfociti sensibilizzati, a cui è stato dato un identikit della molecola mutata, sono in grado di aggredire ferocemente il tumore, e distruggerlo. Si pensava che tumori che presentassero un numero di mutazioni minori, e quindi con proteine di membrana non altrettanto “strane”, non potessero essere distrutti con questo metodo: questo avrebbe significato un’arma in meno contro i tumori al seno, alla prostata e alle ovaie.

Una nuova speranza nella cura del tumore al seno

Un nuovo esperimento, con un approccio leggermente diverso, ha invece portato alla smentita di questa apparente limitazione. Una paziente, con un cancro al seno andato incontro a metastasi, è stata curata dal team di ricerca di Steven Rosenberg del National Institutes of Health di Bethesda, nel Maryland, utilizzando i suoi stessi linfociti. L'esperimento è durato 42 settimane.

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Scientificamente, sono stati identificati dei geni caratteristici presenti nel tumore maligno, che lo contraddistinguevano, dopodiché dalla sequenza di Dna o Rna è stata prodotta una proteina che è stata utilizzata come antigene. L’antigene ai linfociti funge da identikit di quella proteina: le forze antitumore vanno ad attaccare le cellule che abbiano quella proteina sulla membrana. In questo caso, però, alla terapia di sensibilizzazione linfocitaria è stata associata una terapia di inibizione dei checkpoint immunitari.

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Normalmente queste molecole regolano l’attività del sistema immunitario, in modo da impedirgli di attaccare cellule sane: l’inibizione di queste molecole, però, in un ambiente controllato, permette ai linfociti di essere più aggressivi e attaccare il cancro senza freni

Futuri sviluppi

L’utilizzo su larga scala di questo trattamento può comunque presentare i suoi limiti tecnici: è necessario presentare ai linfociti un identikit attraverso una proteina specifica, che risulta molto difficile da replicare. Inoltre l’isolamento dei linfociti T potrebbe non essere possibile in ogni situazione, ed inoltre è possibile che l’antigene al quale i linfociti dovrebbero reagire non venga sempre riconosciuto. Tuttavia, nonostante questo tipo di terapia sia ancora pionieristica, promette alcune speranze: un linfocita può essere infatti programmato anche per identificare non solo una mutazione nella proteina, ma anche un’alterazione nel numero delle proteine di membrana, permettendo di eliminare cellule con mutazioni ancora più elusive. Ma, soprattutto, se applicata a questo tipo di tumori con poche mutazioni, offre un’arma in più contro questo viscido male.

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