Nel ciclismo spettacolare guidato dai fuoriclasse, c'è un lavoro invisibile ma devastante che viene svolto a monte delle stoccate vincenti. A raccontare la fisica brutale che sta dietro al controllo delle corse è Mikkel Bjerg, uno dei motori e gregari di fiducia di Tadej Pogačar e della UAE Team Emirates.

Ospite del programma Radio Tour su Eurosport, il 28enne danese ha snocciolato dati e cifre che spiegano cosa serva oggi per tenere a bada il gruppo professionistico per ore ed ore nelle tappe dei grandi giri o sui muri delle Fiandre.

Alla Ronde 400 Watt per 90 minuti

Per Bjerg, passista di stazza ed ex tre volte campione del mondo a cronometro Under 23 (prima di conquistare una tappa al Giro del Delfinato 2023 e un 4° posto al Fiandre 2024), produrre valori mostruosi su lunghe distanze, al vento in testa al gruppo, è l'ordinaria amministrazione. Eppure, anche per lui c'è un traguardo sfiorato che lascia un pizzico di amaro in bocca:

"Al Giro delle Fiandre ho passato un'ora e mezza tenendo una media di poco inferiore ai 400 Watt", ha svelato Bjerg. "È un po' un peccato non aver infranto quella barriera, sarebbe stato davvero impressionante. Per il resto, di solito viaggio intorno ai 370-380 Watt medi.

Quando sei pesante come me, puoi sostenere questi ritmi per un tempo molto lungo."

La nuova tattica UAE: soffocare la fuga fin dal primo minuto

Nel ciclismo di un tempo si lasciava ai fuggitivi un margine di 5 o 6 minuti per poi scatenare un inseguimento furioso a ritmo forsennato nella seconda metà di gara. La strategia della UAE Team Emirates — e di Bjerg in particolare — ha invece stravolto questo dogma: mettersi in testa fin da subito.

"So che per me è molto più facile dire: ok, inizio a tirare presto", ha spiegato il corridore danese. "Così facendo pedali ad un'intensità che puoi mantenere a lungo senza andare fuori soglia o 'esplodere'. Per la squadra è molto più economico: invece di usare due corridori nel finale, ne basta uno solo davanti a fare il ritmo fin dall'inizio."

Classiche vs Tappe da volata: dove si soffre di più?

Sorprendentemente, Bjerg ritiene che controllare la corsa in un Monumento di 260 chilometri sia in un certo senso più semplice rispetto a una classica tappa pianeggiante da sprint di 180 km.

  • Le grandi classiche e i Mondiali: "La corsa è così lunga che la fuga prima o poi torna indietro per forza di cose, sia per la distanza totale che per il ritmo indiavolato da dietro."

  • Le tappe brevi per velocisti: "Nelle tappe da 180 km tutti sono ancora freschi per tre o quattro ore, e poi i 25 minuti finali diventano un'apnea pazzesca. Lì catturare la fuga è molto più complicato."

Tirare fino allo sfinimento: il dilemma tra Classiche e Grandi Giri

C'è un'altra differenza sostanziale tra il sacrificarsi in una corsa di un giorno e farlo in una gara a tappe:

"In una gara di un giorno un gregario può dire: ok, do tutto per tre ore e poi mi fermo o mi stacco, il mio lavoro è finito. In una corsa a tappe devi comunque arrivare al traguardo entro il tempo massimo e recuperare per il giorno dopo."

Il motore invisibile del ciclismo moderno

In un ciclismo dominato dai record di scalata e dagli attacchi da lontano dei capitani, le parole di Mikkel Bjerg ricordano che le basi delle grandi vittorie si costruiscono a centinaia di chilometri dal traguardo. E per la UAE, avere un "incrociatore" da 380 Watt costanti in testa al gruppo resta una delle armi più letali del proprio arsenale.