Negli ultimi cinquant'anni, sulle Alpi italiane, il 40% dei ghiacciai è scomparso. Quest'ultimo è un dato scientifico incontrovertibile, ma aldilà del dato in sé, che contiene previsioni allarmanti per il futuro, intorno alla montagna c'è una cultura umana in mutamento.

Quando pensiamo alla montagna, tante e diverse immagini si frappongono. Chi ne è affascinato ne coglie la bellezza ma anche le insidie.

Nell'immaginario collettivo, coloro che affrontano la montagna e ne raggiungono le cime sono personaggi impavidi, un tempo paragonati ad eroi, che rischiano la vita per conquistare, in ultima analisi, il nulla. Un nulla affascinante dietro il quale si celano tuttavia studio, conoscenze, perseveranza, passione, allenamento, costanza scelte e anche rinunce. Nei racconti di costoro c'è la storia delle nostre Alpi in mutamento.

Ascoltare queste storie significa guardare al cambiamento climatico con gli occhi dell'esperienza, l'empirismo dell'avventura, nella scatola fragile della narrazione umana. Questa volta l'io narrante è Gianni Ballor, sci alpinista da quarant'anni e dedito alla montagna per gran parte della sua vita. Legato visceralmente alle Alpi, Gianni Ballor è testimone attento dei cambiamenti che quest'ultime stanno subendo negli ultimi anni.

Non perdere le ultime news!
Clicca sotto sull’argomento che ti interessa. Ti terremo aggiornato con tutto quello che non puoi perdere.
Ambiente Viaggi

Intervista a Gianni Ballor

Quando hai iniziato a fare sci alpinismo?

"Ho iniziato a fare sci alpinismo negli anni '80, avevo 20 anni. Inizialmente, pioneristica, al tempo era così, soprattutto per persone come me che odiavano le parti scolastiche. Il modo di andare in montagna è cambiato molto da allora a adesso, in particolare lo sci alpinismo. Allora, era pioneristico. Si decideva a grandi linee la meta e poi, in base al tempo, si decideva se salire o meno.

Una particolarità: allora, era uno sport esclusivamente di anziani. Quando avevo 25 anni, andavo bellamente con i cinquantenni, sessantenni, i quali andavano non per sciare, ma per andare in montagna ugualmente in inverno. Contava la salita. Io venivo dagli impianti, sciavo già molto meglio di loro".

Cosa è cambiato da allora ad oggi?

"Quello che è cambiato totalmente da allora ad oggi sono le stagioni e l'innevamento.

Lo sci alpinismo, un tempo, si faceva da aprile in poi. Non si faceva in inverno, c'era troppa neve. E poi, non essendoci cultura delle valanghe, si andava soltanto con la neve primaverile. Dagli anni '90, è cominciato a cambiare tutto. La neve ha cominciato a mancare visibilmente dal 2000 in poi. Prima la quantità di neve era molto maggiore. Negli ultimi 10-15 anni è cambiato. È cambiato perché non nevica più e una montagna carica carica di neve fa paura.

Con una cornice di due-tre metri di neve si va, con una di quindici non si è molto invogliati ad andare. Cornici di tali altezze difficilmente si vedono oggi".

Tante le morti in montagna: hai mai smesso di andare in montagna dopo la morte di un qualche amico?

"Bisogna sottolineare che lo sci alpinismo e lo sci estremo sono due cose diverse. Lo sci alpinismo è una malattia, ma minore. Quasi tutti i miei amici con cui facevo sci alpinismo sono morti, ma non ho mai smesso. Ho interrotto per brevi periodi per poi riprendere sempre. Ora che ho 56 anni, non faccio più le imprudenze giovanili".

Le annate anomale c'erano anche una volta?

"Quest'anno è stata un'annata strana. Anche prima c'erano le annate strane, ma erano rare. Ce n'era una e poi per cinque-sei anni nevicava regolarmente. La neve andava avanti fino a Giugno-Luglio. Nevicava, dico io, quando era ora: in autunno in alta quota, in inverno nelle medio-basse quote e in primavera c'erano le nevicate di mantenimento. Non faceva due metri a maggio come quest'anno".

Sono cambiati i rischi?

"I rischi in sé non sono cambiati. Sono cambiati perché c'è molta più gente in montagna. Molti incidenti che vediamo adesso avvengono perché si fanno delle cose fuori stagione. Una montagna con meno cornice in punta fa meno paura, passi e la fai. Ma marzo è pur sempre inverno. Per le mete importanti, resto dell'idea che debbano esser fatte da metà aprile in poi. Se non ci sono le condizioni ideali non vado. Questo perché ho 56 anni, le ho già fatte. Anche io ho fatto delle imprudenze ma ho avuto più fortuna degli altri. Per questo credo che il rischio sia sempre lo stesso".

L'esplorazione della Norvegia: anche lì è cambiato?

"Il primo viaggio nel nord della Norvegia l'ho fatto negli anni '90, nelle alpi di Lyngen e nelle isole Lofoten, in linea con quello che si faceva allora: esplorazione totale. Eravamo andati in quattro, non c'era internet, non c'era niente e si sciava a vista. Dal '96 in poi, abbiamo cominciato ad andare più seriamente e ho scandagliato tutto quello che c'era da scandagliare. Anche lì è cambiato di molto ed in maniera più radicale e repentina. Ho visto la differenza nelle ultime due volte. Lofoten quest'anno e Lyngen tre anni fa. Fino al 2000, a fine aprile, a nord della Norvegia trovavo un clima da pieno inverno. Non c'era soluzione di continuità, tutti i fiordi gelati, nevicate freddissime e velocissime quasi ogni giorno. Negli ultimi anni il clima che trovo è primaverile. Quest'anno, alle Lofoten, abbiamo incontrato pioggia a Marzo. L'ultima volta che sono stato a Lyngen era come alle Lofoten il nello stesso periodo 20 anni fa, traslato però di 450km più a nord".

Segui la nostra pagina Facebook!
Leggi tutto