Un innovativo studio internazionale ha rivelato la presenza di nanoplastiche nei suoli delle McMurdo Dry Valleys, una delle aree più remote e considerate incontaminate dell'Antartide. Questa scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista Scientific Reports, evidenzia come l'inquinamento da plastiche abbia ormai raggiunto ogni angolo del nostro pianeta, persino gli ambienti più estremi e meno antropizzati.

La ricerca, frutto della collaborazione di un team internazionale di scienziati, ha visto un contributo significativo da parte dell'Università di Verona.

In particolare, il professor Claudio Zaccone del dipartimento di Biotecnologie ha ricoperto il ruolo di autore corrispondente, affiancato da Dušan Materić, sottolineando l'importanza del coinvolgimento accademico italiano in indagini di portata globale.

I ricercatori hanno meticolosamente analizzato campioni di permafrost prelevati dai deserti freddi antartici. Le analisi hanno permesso di individuare particelle di nanoplastiche con dimensioni estremamente ridotte, comprese tra i 20 nanometri e un micrometro. Tra i polimeri identificati, figurano il polipropilene, il polietilene, il polietilene tereftalato (comunemente noto come PET), il polistirene e il cloruro di polivinile (PVC). È stata inoltre accertata la presenza di particelle derivanti dall'usura degli pneumatici, una delle principali fonti di inquinamento da plastiche che si diffondono ampiamente attraverso l'atmosfera.

La diffusione delle nanoplastiche nel suolo antartico

I risultati dello studio sono particolarmente allarmanti. Le analisi hanno dimostrato che le nanoplastiche sono presenti nello strato superficiale del permafrost, ovvero nei primi 20 centimetri di suolo, in oltre la metà dei siti esaminati. In alcuni di questi luoghi, le concentrazioni hanno raggiunto livelli significativi, toccando i 300 nanogrammi per grammo di suolo. Ciò indica una contaminazione non trascurabile in un ecosistema così delicato.

Non solo lo strato superficiale è interessato: sebbene in quantità inferiori, le particelle sono state rinvenute anche negli strati più profondi del suolo. Questo dato suggerisce che la contaminazione da nanoplastiche interessa l'intero profilo del suolo, penetrando ben oltre la superficie e potenzialmente influenzando processi ecologici sotterranei.

Le McMurdo Dry Valleys: un ecosistema sotto esame

Le McMurdo Dry Valleys rappresentano una delle più vaste aree dell'Antartide prive di ghiaccio, configurandosi come un ecosistema unico e di fondamentale importanza per lo studio dei processi ambientali in condizioni estreme. La documentazione della presenza di nanoplastiche in questi suoli è la prima nel suo genere per questa specifica regione, confermando l'estensione globale del problema dell'inquinamento da plastiche.

L'Università di Verona, attraverso il suo dipartimento di Biotecnologie, ha giocato un ruolo cruciale nell'analisi dei campioni e nell'identificazione di queste microparticelle. Il suo impegno in questa ricerca internazionale rafforza la consapevolezza della diffusione globale di questi inquinanti, anche nei territori più isolati del pianeta.

L'ateneo veronese è attivamente coinvolto in progetti di ricerca internazionale focalizzati sull'ambiente e la sostenibilità, con una particolare attenzione allo studio degli effetti delle sostanze inquinanti nei diversi ecosistemi terrestri, dimostrando una costante dedizione alla comprensione e mitigazione delle sfide ambientali contemporanee.