L'abbassamento progressivo del suolo, noto come subsidenza, non è un mero fenomeno scientifico da osservare, ma una questione intrinsecamente legata alle decisioni sull'uso e la gestione del territorio e del sottosuolo. Un recente articolo, pubblicato il 24 agosto 2026 sulla rivista Nature Sustainability, firmato da un team internazionale di ricercatori – tra cui Pietro Teatini e Claudia Zoccarato del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale dell’Università di Padova – evidenzia la necessità di un approccio integrato per valutarne e gestirne gli impatti.

Lo studio rivela che molte delle cause della subsidenza sono direttamente connesse alle attività umane, quali il prelievo eccessivo di acque sotterranee, lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo e una gestione inadeguata del territorio. Nelle aree costiere, ad esempio, questo fenomeno contribuisce all'innalzamento relativo del livello del mare, accrescendo l'esposizione a inondazioni e all'intrusione salina. Un monitoraggio accurato e la condivisione dei dati sono cruciali per comprendere non solo dove e quanto il terreno si stia abbassando, ma anche perché e come possa evolvere nel tempo.

Monitoraggio satellitare e conoscenza del sottosuolo

L'interferometria radar satellitare ha rivoluzionato il rilevamento dei movimenti del suolo.

Grazie all'European Ground Motion Service (EGMS), parte del programma europeo Copernicus Land Monitoring Service, sono oggi disponibili gratuitamente dati sui movimenti del suolo per gran parte del territorio europeo. Tuttavia, queste misurazioni satellitari devono essere integrate con informazioni dettagliate sulla struttura geologica, i livelli piezometrici delle falde acquifere, le proprietà idrologiche e geomeccaniche dei terreni, e le attività umane che influenzano l'equilibrio del sistema. Solo attraverso questa integrazione è possibile distinguere tra le diverse cause della subsidenza e valutare i rischi futuri con maggiore precisione.

La ricerca esamina un'ampia gamma di processi, sia naturali sia indotti dall'uomo, che possono contribuire alla subsidenza.

Tra questi figurano l'estrazione mineraria, la produzione di idrocarburi, il drenaggio di terreni ricchi di sostanza organica, il carico di strutture e infrastrutture su terreni compressibili, il movimento tettonico e il lento assestamento della crosta terrestre post-glaciale. L'integrazione di osservazioni satellitari con modelli fisicamente basati e dati sul sottosuolo consente di definire strategie di gestione più consapevoli e di intervenire efficacemente per limitare gli effetti del fenomeno.

Subsidenza, gestione del territorio e transizione energetica

Una conoscenza approfondita dei processi geologici e idrogeologici fornisce strumenti concreti per decisioni più informate sulla gestione delle risorse idriche, la protezione delle infrastrutture, l'adattamento al cambiamento climatico e le strategie legate alla transizione energetica.

Le nuove sfide connesse a quest'ultima – come lo sfruttamento dell'energia geotermica, la cattura e la segregazione geologica della CO2, lo stoccaggio sotterraneo di gas e l'utilizzo dell'idrogeno – prevedono un impiego crescente dell'ambiente sotterraneo. A seconda delle caratteristiche geologiche locali e delle modalità di gestione, queste attività possono provocare o influenzare i movimenti del terreno.

Pietro Teatini ha sottolineato: «Il nostro studio mostra come la subsidenza non sia solo una questione scientifica. Molti dei fattori che la determinano sono legati alle attività e alle scelte umane. Questo significa che esistono anche concrete possibilità di intervenire per ridurne i rischi e mitigarne gli effetti.» Claudia Zoccarato ha aggiunto che la sfida attuale consiste nell'integrare efficacemente le informazioni disponibili, combinando osservazioni satellitari, dati sul sottosuolo e modelli basati sui processi fisici. Questo approccio permetterà a istituzioni e operatori di distinguere meglio tra le cause della subsidenza e individuare le misure più appropriate per prevenirne o mitigarne gli effetti.