Il palcoscenico è quello dello stadio Azteca di Città del Messico per un sogno lungo quattro giorni, dal 17 al 21 giugno del 1970. Giorni in cui, nella medesima area di rigore, si consumano i due episodi più importanti della sua carriera in azzurro. Il primo è quasi casuale, Italia e Germania sono ai tempi supplementari di quella che sarà ricordata come 'la partita del secolo' ed i tedeschi conducono 2-1. Quando il pallone calciato su punizione da Rivera piomba in area avversaria, Held lo tocca appena e fornisce un involontario assist a Tarcisio Burgnich che si ritrova la palla sul sinistro.

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La 'roccia' dell'Inter non ha certamente il talento offensivo nel suo Dna, in carriera avrà passato la metacampo avversaria meno di dieci volte, ma in quel momento non può far altro che tirare in porta: il pallone finisce alle spalle di Maier. Quel gol, arrivato prontamente nel momento di maggiore difficoltà degli azzurri, è la chiave del match che permetterà agli uomini di Valcareggi di continuare la battaglia. Finirà 4-3, lo sappiamo tutti. Quattro giorni dopo, sullo stesso terreno, l'Italia giocherà per la Coppa del Mondo contro il Brasile di Pelé, Jairzinho, Tostao e Rivelino, forse la più forte Nazionale di tutti i tempi.

Anche qui sappiamo tutti come è andata a finire, i verdeoro leveranno al cielo la 'vittoria alata', la Coppa Jules Rimet che più di ogni altro trofeo caratterizza la leggenda della selecao. Mancano ormai pochi giorni al nuovo appuntamento Mondiale in Russia ed è anche il tempo degli amarcord. Per Tarcisio Burgnich è un dolore sportivo che si rinnova, anche se da quel giorno messicano sono ormai trascorsi quasi 48 anni.

'Pelé? Non è andato così in alto come si dice'

Tarcisio Burgnich ha compiuto 79 anni lo scorso 25 aprile.

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Lo abbiamo raggiunto al telefono per un'intervista ed ha accettato volentieri di parlare del passato, ma anche dei prossimi Mondiali e della Nazionale italiana che, come tutti sappiamo, non sarà alla kermesse iridata. Brasile-Italia del 1970, quella finale terminata 4-1 in favore dei sudamericani, è una spina che fa male ancora oggi. “Più che altro ne sopporto il ricordo – ci dice – e mi aiuta quella vittoria con la Germania, nel bene e nel male, perché penso che quelle due ore giocate a 2.400 metri di altitudine ci hanno troncato le gambe. Siamo scesi in campo per la finale dopo soltanto tre giorni di riposo e ci sarebbe voluto qualche giorno in più per recuperare, eravamo stremati”.

Il Brasile aprì le marcature con Pelé, l'unico gol segnato all'Italia da 'O' Rey' nella sua lunga carriera. Burgnich lo ricorda come se fosse ieri, visto che era l'uomo che doveva marcare il fuoriclasse brasiliano. Si dice che in quella circostanza Pelé abbia violato le leggi della forza di gravità, con quello stacco perfetto che permise alla sua squadra di sbloccare il match. L'ex difensore azzurro non è esattamente d'accordo. “Non è andato molto più in alto di me come si dice. Quando Rivelino è andato a sinistra per fare il cross io ero pari a lui, ma ho fatto un passo in avanti per cercare di anticiparlo nel caso in cui fosse arrivato un pallone a terra. Rivelino, però, ha alzato la palla ed io ero di conseguenza in posizione svantaggiata. Si vede anche nella famosa foto, io sono in obliquo e sto guardando la palla che Pelé butta dentro”.

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'Il Brasile è sempre favorito, poi vedo bene l'Argentina'

Uno sguardo ai prossimi Mondiali: oggi, come 48 anni fa, il Brasile è tra i grandi favoriti. “Il Brasile è sempre favorito quando si giocano i Mondiali – sottolinea Tarcisio Burgnich – ed anche quest'anno ha una grande squadra. Vedo molto bene l'Argentina e ci potrebbe essere la Spagna che viene fuori. La Germania la vedo un gradino sotto, secondo me non ha le stesse potenzialità delle due sudamericane. Brasile ed Argentina sono le squadre più forti tra quelle presenti in Russia, perché hanno grandi giocatori che possono fare la differenza. In questi Paesi crescono ancora i talenti: prima era così anche in Italia, oggi non più e per noi vedo davvero un triste futuro”.

'I procuratori hanno rovinato il calcio'

I giocatori italiani, per l'appunto, guarderanno i Mondiali in TV. L'unica volta che l'Italia era stata eliminata nelle qualificazioni risale a 60 anni, era il 1958, un'epoca in cui Burgnich giocava ancora nelle giovanili dell'Udinese. “Vedere la nostra Nazionale eliminata dalle qualificazioni per i Mondiali in quel modo, mi ha molto amareggiato – dice ancora la colonna difensiva della Grande Interperché davvero il nostro calcio ha toccato il fondo. Quanto accaduto è di una gravità estrema per tutto il movimento ed io non sono per nulla ottimista per quanto riguarda il futuro”. Futuro del calcio che passa necessariamente dalla riorganizzazione dei settori giovanili. “Se in un settore giovanile oltre la metà dei giocatori sono stranieri, diventa difficile valorizzare i nostri ragazzi. La presenza degli stranieri andrebbe limitata: nel 1966, dopo la Corea, quella della Federazione di chiudere le frontiere fu una scelta giusta. Rimasero in Italia soltanto gli stranieri che erano già presenti e ciò permise di dare spazio ai calciatori che arrivavano dai settori giovanili. I benefici si videro soprattutto a livello di Nazionale. Oggi invece già nelle giovanili ci sono tanti ragazzi dall'estero, i procuratori li fanno arrivare con cifre modeste e poi li rivendono ad un prezzo tre o quattro volte più alto. Credo che i procuratori siano stati la vera rovina del calcio”.

Nostalgici e 'modernisti'

I citati Mondiali del 1970 sono stati probabilmente i migliori di sempre sotto il profilo squisitamente tecnico e, del resto, erano presenti giocatori che hanno lasciato tracce indelebili nella storia del calcio. Ma il calcio di una volta era davvero migliore di quello attuale? Oppure si tratta di accenni nostalgici, aspramente criticati dai cosiddetti 'modernisti' che esaltano il gioco veloce ed atletico degli anni 2000? “Credo che oggi come allora ci siano grandi calciatori, alla fine sono sempre questi a fare la differenza in qualunque epoca. Ma la differenza la fa anche la gestione dei talenti, cosa che avviene nelle altre nazioni, ma che in Italia è quasi scomparsa. Torno a ripetere che, se non si valorizzano i nostri giovani, rischiamo seriamente di non avere più una Nazionale degna di questo nome”.