Quaranta giorni ai Mondiali di Russia, il conto alla rovescia per l'evento sportivo dell'anno è già iniziato. In Italia lo si vive in maniera malinconica, fa male non essere al via della fase finale di una Coppa del mondo di calcio dopo 60 anni. Di contro ci sarà la possibilità, dopo svariate edizioni, di seguire in chiaro tutte le gare della kermesse iridata grazie a Mediaset che si è aggiudicata l'esclusiva in territorio nazionale. Quaranta giorni ai Mondiali ed è normale fare i classici amarcord, gli spunti da raccogliere in venti edizioni dei Campionati del Mondo sono tanti. Abbiamo scelto di farlo in maniera diversa e raccontare storie che, pur avendo la loro importanza, sono spesso scivolate nell'oblio.

Il palcoscenico mondiale è riservato ai vincitori, noi scegliamo di raccontare la storia di un campione mondiale mancato al quale va il merito di aver costruito la nazionale probabilmente più forte di tutti i tempi.

Il Brasile nel 1969: una squadra da ricostruire

Siamo in Brasile, nei primi mesi del 1969. La Nazionale due volte campione del mondo è reduce dal flop del 1966 in Inghilterra, nel torneo iridato vinto dalla Nazionale di casa. La selecao è alla fine di un ciclo, stenta a ritrovare il passo autorevole dei giorni di gloria ed il parere degli addetti ai lavori, in vista del girone di qualificazione che designerà le partecipanti del continente sudamericano alla fase finale della Coppa Rimet che si disputa in Messico nel 1970, non è dei migliori.

Nonostante l'eterna fioritura di campioni, nonostante Pelé, si teme che il Brasile non possa essere all'altezza delle squadre europee favorite per il titolo: su tutte i campioni in carica inglesi. Tra i cronisti più pungenti c'è Joao Alves Jobin Saldanha: non è 'soltanto' un giornalista.

Joao 'senza paura'

Saldanha è un ex calciatore professionista la cui carriera era terminata in maniera prematura a causa di un grave infortunio nel 1939, quando militava nel Botafogo. Successivamente si era trasferito in Europa, aveva vissuto a Parigi ed alla fine della Seconda Guerra Mondiale aveva iniziato a collaborare con alcune testate giornalistiche.

Joao Saldanha ama il calcio, ma l'altra sua grande passione è la politica. Era ancora adolescente quando si era iscritto al Partito Comunista del Brasile, quando torna in patria nella seconda metà degli anni '40 inizia a scrivere per Folha do Povo, quotidiano di sinistra, e riveste la carica di responsabile culturale della Gioventù Comunista. In Brasile non c'è ancora la dittatura militare, ma la polizia lo tiene comunque sotto osservazione come possibile sovversivo: Saldanha viene arrestato nel 1947, ma viene scarcerato grazie all'intervento della dirigenza del Botafogo che gli offre un ruolo all'interno del club. Tuttavia, lo stesso anno, rischierà seriamente la vita durante un Congresso del Partito Comunista: la polizia fa irruzione nella sala e succede il finimondo, partono alcuni colpi di pistola e Joao resta gravemente ferito.

Ricoverato in ospedale sotto stretta sorveglianza, riesce a fuggire e, dopo la convalescenza, assume una falsa identità e si trasferisce all'estero. Riprende a scrivere, sarà anche cronista di guerra in Corea. Quando torna in patria prosegue il suo attivismo politico: partecipa alla guerriglia dei contadini nel Paranà e coordina lo sciopero generale di San Paolo che porta in piazza 300.000 persone. Al calcio sarebbe tornato soltanto nel 1957, anno in cui guida il suo Botafogo e lo conduce alla vittoria del campionato statale di Rio de Janeiro con gente come Nilton Santos, Didì, Garrincha e Zagallo. Nel 1959 lascia la panchina del 'Fogao' e torna a fare il giornalista. La sua penna è come una spada e non risparmia nessuno: calciatori, allenatori, ma anche i vertici della federcalcio ed i politici.

Nasce il mito di 'Joao sem medo', Joao senza paura.

La clamorosa decisione di Havelange

Pertanto il mondo del calcio brasiliano è letteralmente sbigottito quando, nel 1969, il presidente della federcalcio Joao Havelange chiama Saldanha nel ruolo di CT della Nazionale che dovrà affrontare le qualificazioni mondiali. Esclusa la parentesi al Botafogo, infatti, non ha alcuna esperienza in panchina ed inoltre, per le sue note tendenze politiche, non è certamente nelle grazie della dittatura militare che ha preso il potere cinque anni prima. In realtà Havelange gli ha appena affidato un timone che scotta e se il Brasile andrà incontro ad una disfatta, la testa del colpevole verrà consegnata su un piatto d'argento.

Inoltre, affidandogli un ruolo così importante, intende prima di ogni cosa metterlo a tacere e bloccare le sue 'bacchettate' contro i vertici del calcio brasiliano e del governo. Joao sem medo, però, si conferma tale: non ha paura ed ha anche le idee chiare. Il giorno della sua presentazione alla stampa rende nota la formazione titolare del suo Brasile ai Mondiali messicani, quando manca oltre un anno al torneo ed la selecao deve ancora affrontare le qualificazioni!

La rivoluzione di Saldanha

Saldanha è rivoluzionario nel sangue: nelle idee politiche, ma anche in quelle calcistiche. "In campo non esistono posizioni fisse, nessuno è proprietario di una zona di campo", un qualcosa che negli anni sarebbe diventata credo comune per la maggior parte degli allenatori.

Gli schemi sono tali alla lavagna, in campo cambiano di continuo. "Quattro uomini in linea, buoni solo per le parate militari", amava ribadire. E quando gli chiedono come spera di far convivere due 'dieci' naturali come Pelé e Tostao, lui ne aggiunge altri due, Gerson e Jairzinho. Sono tutti in campo nella squadra che il 7 aprile 1969 fa il suo esordio in amichevole contro il Perù a Porto Alegre: il Brasile vince 2-1 con reti di Jairzinho e Gerson. Il 12 giugno c'è l'amichevole di lusso contro l'Inghilterra campione del mondo al Maracanà, i verdeoro trionfano 2-1 in rimonta e Saldanha viene acclamato come un eroe. Ad agosto iniziano le qualificazioni mondiali, avversarie dei verdeoro sono Colombia, Venezuela e Paraguay.

Il Brasile fa il suo esordio in Colombia e vince 2-0: sarà la prima di 6 vittorie consecutive caratterizzate da 23 gol all'attivo e soltanto 2 subiti. Nel corso del torneo di qualificazione, il CT getta nella mischia anche Rivelino: il suo 4-2-4 eclettico prevede Tostao nel ruolo di centravanti di manovra, Pelé più dietro con assoluta libertà di spaziare, Jairzinho a destra, Rivelino a sinistra e Gerson nel ruolo di regista arretrato.

Esonero 'politico'

Saldanha però fa di tutto per entrare in contrasto con il generale Emílio Garrastazu Médici, presidente della giunta militare che sale al potere il 30 ottobre 1969. Tra le frizioni con il dittatore, c'è l'assoluto rifiuto di convocare il suo pupillo, il centravanti Dario dell'Atletico Mineiro noto come Dada Maravilha.

"Il generale pensi a scegliere i suoi ministri - dirà il CT al presidente brasiliano - e lasci stare le cose serie". Il regime, a questo punto, cerca solo una scusa per toglierlo di mezzo ed il pretesto arriva a marzo del 1970, a poco meno di tre mesi dal mondiale. Il Brasile perde 0-2 in amichevole contro l'Argentina e, sebbene quattro giorni dopo si sarebbe preso la sua rivincita nei confronti dell'Albiceleste, Havelange definisce "poco convincente" la prestazione della squadra. In realtà, su precise direttive del regime, il destino di Saldanha è stato già scritto: la federcalcio pertanto esonera il CT per presunte 'motivazioni tecniche' ed affida la panchina a Mario Zagallo. "Non mi sorprende che mi abbiano mandato via - commentò in quella circostanza Joao Saldanha - quanto il fatto che mi abbiano chiamato".

Il nuovo tecnico non cambierà una virgola (a parte la convocazione di Dada Maravilha che resterà in panchina per tutto il Mondiale) ed il Brasile vincerà la sua terza Coppa Rimet battendo in finale l'Italia a Città del Messico. Per la selecao 6 vittorie in 6 partite, 19 gol realizzati e 7 subiti: numeri di una devastante macchina da calcio. Saldanha tornerà a fare il giornalista e scriverà del trionfo dei suoi ragazzi, di un titolo mondiale che, in fin dei conti, gli appartiene. Negli anni successivi scriverà altre storie ed altri articoli: nel suo ultimo servizio racconterà la finale dei Mondiali del 1990, la vittoria della Germania sull'Argentina. Lo farà da un ospedale romano dove sta combattendo la sua ultima battaglia contro un cancro ai polmoni che lo ucciderà quattro giorni dopo la finale della Coppa del Mondo, il 12 luglio 1990.

Aveva 73 anni e da allora riposa a Rio de Janeiro, al cimitero San Joao Batista. Il calcio gli deve tanto ed il suo Brasile non sarà mai dimenticato. Ancora oggi viene considerata la Nazionale più forte di sempre ed è la dimostrazione pratica dell'essenza stessa del calcio che non è mai venuta meno: sono solo i grandi campioni a fare la differenza, il resto sono chiacchiere da bar o, se preferite una terminologia più attuale, da social network.

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