Samira al Nuaimy, era un'avvocatessa e attivista per i diritti delle donne e delle minoranze. Oggi è l'ennesima vittima della brutalità degli jihaidisti sunniti. Il 22 settembre, come reso noto dal responsabile della missione Onu a Baghdad, Nikolay Mladenov, la donna è stata pubblicamente giustiziata a Mosul, nel nord dell'Iraq, da giugno sotto il controllo dell'Isis. Infine, il suo corpo senza vita è stato abbandonato sul ciglio di una strada. L'avvocatessa era già stata arrestata il 17 settembre ma, rifiutando di fare atto di pentimento per le opinioni da lei espresse, una Corte islamica degli jihadisti l'ha condannata a morte, accusandola di "apostasia".
Samira, infatti, era attiva sui social network, attraverso i quali promuoveva interventi in difesa delle donne e delle minoranze, criticando aspramente la condotta e le azioni dello Stato Islamico, tra le quali la distruzione di tutti quei siti storici e religiosi ritenuti eretici nella visione dei miliziani sunniti. Per i cinque giorni successivi al prelievo dalla sua casa la donna è stata barbaramente torturata, affinché si pentisse delle sue critiche all'Isis. Ma il pentimento non è mai arrivato e il coraggio di Samira ha quindi portato con sé la sua morte. Il responsabile della missione dell'Onu a Baghdad, che ha definito questo atto degli jihadisti un "crimine rivoltante", ha rivolto un appello al governo iracheno e alla comunità internazionale perché "facciano fronte al pericolo che minaccia la vita, la pace e la sicurezza dell'Iraq e degli iracheni" e perché "facciano tutto il possibile per assicurare alla giustizia gli autori di questi crimini".
Inoltre, è stato richiesto alle Nazioni Unite a alle istituzioni internazionali che ai difensori dei diritti umani e ai giornalisti presenti in Iraq sia garantita la possibilità di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e senza timori. Ai familiari della giovane donna, comunque, non è stato concesso di seppellirla, come spiegato in un comunicato delle Nazioni Unite. Questo è, purtroppo, solo uno dei tanti gesti di violenza rivolti alle donne dai miliziani sunniti dell'Isis, donne che vengono uccise, schiavizzate e barbaramente violentate, usate ai fini di un piacere personale, tanto maggiore quanto ad essere interessate da questa sorte inumana sono le donne più istruite ed emancipate, costrette, in Siria e in Iraq, a sottostare alle incivili imposizioni dei sostenitori del Califfato, promotori di una versione intransigente della religione islamica.