Si celebra in Colorado il 150° anniversario di uno degli avvenimenti più cruenti dell'intera storia del Far West: la strage di Sand Creek, compiuta il 29 novembre 1864. Tre anni prima di quel massacro era stato firmato tra gli Stati Uniti e i rappresentanti di diverse tribù indiane, tra le quali Cheyenne e Arapaho, il trattato di Fort Laramie, dove il governo americano si impegnava, in cambio del passaggio dei coloni lungo la pista dell' Oregon e della costruzione di alcuni forti e strade, a riconoscere agli indiani il diritto di possesso alle regioni delle Grandi Pianure.

L'insediamento massiccio di coloni, attratti dalla corsa all'oro sulle montagne rocciose e le promesse stabilite dal trattato di Fort Laramie, sempre meno rispettate, sfociarono nella guerra del Colorado. Il governatore del territorio, Evans, ordinò il raduno a Fort Lyon di tutte le tribù indiane e decise inoltre di mettere al comando delle milizie locali il colonnello John Milton Chivington. Gli indiani non ubbidirono. Così che il colonnello Chivington reclutò in tre mesi uomini della peggior specie e organizzò il terzo Reggimento dei volontari del Colorado.

Desiderosi di pace, Pentola Nera, capo dei Cheyenne meridionali e Mano Sinistra, capo degli Arapaho, si accamparono con le loro tribù nelle vicinanze di Fort Lyon, obbedendo all'ordine del governatore, rassicurati che nulla sarebbe accaduto. Le due tribù si stabilirono in un'ansa del fiume Sand Creek. Sul tepee di Black Kettle (Pentola Nera) era issata bandiera bianca a fianco della bandiera americana.

All'alba del 29 novembre 1864, con i guerrieri Cheyenne a est a caccia di bisonti, agli ordini del macellaio John Milton Chivington, il terzo Reggimento volontari del Colorado scatenò l'attacco.

Il villaggio dei nativi fu svegliato di soprassalto dal rimbombare degli zoccoli dei cavalli. Uomini, donne e bambini correvano fuori dalle tende seminudi, in un gran vociferare e nella confusione, il panico si diffuse rapidamente nell'accampamento.

I soldati aprirono il fuoco dai due lati del Campo. I corpi degli indiani vennero scalpati e portati in seguito a Denver come simbolo di vittoria. Vennero procurate mutilazioni sugli organi genitali e le donne furono barbaramente violentate. I bambini, inermi, usati per il tiro al bersaglio. Al termine della strage si contarono i cadaveri di 214 Cheyenne e 85 Arapaho, per lo più donne e bambini. Alcuni indiani riuscirono a fuggire verso la pianura, altri si salvarono nelle improvvisate trincee scavate sotto gli argini, tra questi Pentola Nera. Il Capo dei Cheyenne attese il calare delle ombre con gli altri sopravvissuti al massacro e quando fece sera uscirono dalle buche per seppellire i loro morti.

Solo nel 2000 il Congresso chiese ufficialmente scusa agli indiani e condannò gli atti di violenza commessi contro di loro. In questi giorni i discendenti di quelle tribù ricordano i 150 anni di quel massacro commemorando le proprio vittime e due ufficiali dell'esercito americano: il capitano Silas Soule e il tenente Joseph Cramer, che ebbero il coraggio di dire no a scrivere una delle pagine più brutte dell'epopea americana. A loro è rivolto il pensiero dei discendenti dei nativi riunitisi per quattro giorni a Eads, 180 miglia a sudest di Denver.

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