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Ronit Elkabetz era nata nel 1964 a Bersheba, città meridionale di Israele. Di famiglia ebraica tradizionalista di origine marocchina, era la prima di quattro fratelli. Dopo una malattia che aveva taciuto, è deceduta lasciando il marito e due figli. Nel 2014 era stata protagonista, e anche regista insieme al fratello Shlomi, di Viviane. Protagonista della vicenda una donna estremamente composta nella sua sofferenza, dignitosamente altera senza essere altezzosa, che si è rivolta ad un collegio rabbinico per ottenere il divorzio da un marito recalcitrante. La legge tradizionale ebraica, tuttora in vigore in Israele nonostante la maggioranza dell’opinione pubblica sia da tempo favorevole all’introduzione di procedure civili laiche, prevede che il divorzio consista in realtà nel “get”, ossia nel ripudio che l’uomo dà alla donna, nella forma strettamente codificata di un foglietto, posto personalmente nelle mani della moglie, in cui la si rigetta, ridandole così la libertà.

Senza questo documento la donna non potrà risposarsi e i suoi eventuali figli successivi saranno considerati illegittimi.

Va ricordato che in tutte le tradizioni marcatamente patriarcali è l’uomo che ripudia la donna, ma che non esiste la prassi contraria in cui possa essere la donna a determinare la rottura legale del matrimonio.

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È così nella legge ebraica ed è così in quella islamica. Ma va anche ricordato che, nel caso di accordo fra i coniugi, gli ebrei hanno avuto da millenni la possibilità di divorziare, possibilità negata nella cristianità fino a tempi molto recenti.

Come tratta l'argomento il film

In caso di rifiuto del marito si viene invece a determinare il caso descritto dal film: la donna non può fare altro che rivolgersi ad una corte rabbinica esponendo le sue ragioni. E la corte non potrà fare niente di più che chiedere al marito di tornare sulla sua decisione, con argomenti più o meno persuasivi, ma non può costringere il marito a sottoscrivere l’agognato “get”.

La legge ebraica in effetti prevede alcuni casi in cui la donna abbia il diritto, chiaramente codificato, di ottenere la separazione - come ad esempio l’insoddisfazione sessuale - ma la corte rabbinica non può costringere l’uomo a concederla: la storia racconta di mariti sottoposti a robuste “pressioni” fisiche perché si rifiutavano di adeguarsi al verdetto della corte e una storica femminista, Annie Goldmann, ha ricordato nel suo "Le Donne entrano in scena: dalle suffragette alle femministe" il caso di un uomo che preferì passare 35 anni in prigione, fino alla morte, pur di non ridare alla moglie la sua libertà. Ma il film mostra soprattutto l'ambiguità dei rabbini di fronte ad un caso non di fatti eclatanti, ma di sottili sentimenti umani.

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L’uomo infatti non aveva mai tradito la moglie o sottoposta a maltrattamenti e angherie, si era sempre dimostrato di mentalità relativamente aperta e saltuariamente perfino generosa. Ma la donna lamenta qualcosa che i rabbini non riescono nemmeno a capire, ottusamente confinati come sono nel recinto delle cose da vedere, toccare con mano, capire con lucidità: l’impalpabile anaffettività dell’uomo. Questa, al di là della sconvolgente realtà di un sistema giuridico anacronistico per un paese civile, è la vera cifra del film, un altro capolavoro del cinema israeliano.