Stati Uniti e Federazione russa provano a ridurre la tensione provocata dai problemi in Siria mantenendo i contatti diplomatici. Non c'è dubbio però che Mosca abbia mal digerito il repentino cambio di strategia del presidente USA Donald Trump, che il mese scorso è passato in poche ore dal dialogo col suo omologo di Mosca Vladimir Putin e una certa tolleranza verso il leader siriano Bashar Assad al lancio dei missili Tomahawk, dopo il bombardamento con armi chimiche della cittadina di Khan Sheikhun attribuito al dittatore siriano.

La situazione generale

Secondo molti, Trump avrebbe marcato le distanze da Putin dopo le polemiche sul Russiagate. A giudizio di altri commentatori si tratta invece del classico parlare a nuora perché suocera intenda. È vero che Putin ha reagito al lancio dei missili interrompendo lo scambio di dati con gli Stati Uniti per evitare collisioni tra aerei militari in Siria, ma dovrà tenere Assad a briglia più corta.

Il presidente russo non può neppure ignorare che sul territorio operano almeno mille soldati dei corpi speciali americani con artiglieria da 155 mm. dei marines a supporto delle Forze democratiche siriane a guida curda impegnate nella riconquista di Raqqa, roccaforte dell'Isis. In ogni caso, Trump e Putin sanno di dover collaborare sulla transizione siriana, senza battute d’arresto nel contrasto al terrorismo.

Il secondo messaggio americano è rivolto all’Iran sciita, alleato di Putin nel sostegno ad Assad in funzione anti-sunnita. Il lancio limitato dei missili nell’area ha più valore politico che militare ma dimostra che la strategia molto più offensiva degli Stati Uniti, rispetto all'amministrazione Obama, punta anche a contenere l’espansionismo iraniano a cavallo tra Iraq e Siria, che ha messo in allerta i Paesi sunniti del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita.

L’Iran, da parte sua, deve far fruttare gli accordi di alleggerimento delle sanzioni evitando di subirne altre.

Nel frattempo, le milizie nemiche di Assad continuano a tirare per la giacchetta la Casa Bianca perché intervenga militarmente in loro favore. Ma molte di queste formazioni sono integraliste e una delle più attive è Hayat Tahrir al-Sham (Organizzazione per la liberazione del Levante), nata sulle ceneri di Jabhat al-Nuṣra, la costola siriana di Al Qaida, che s’ispira al fondamentalismo salafita come l’Isis.

Un palcoscenico ricco di attori

Nel quadro generale s’inserisce l’intervento turco. Il presidente Recep Erdogan punta a espandere la sua influenza nel nord-est siriano in funzione anti-curda e ha un atteggiamento a dir poco ambiguo verso l'Isis, ma non sono mancate caute aperture agli Stati Uniti a Ginevra, sede dei colloqui sul futuro siriano che sono condizionati dall'evoluzione militare sul campo.

Gli attori principali restano Trump, Putin, Iran e Turchia, che aspira a essere l'ago della bilancia, oscillando come un pendolo tra Russia e Stati Uniti per ritagliarsi un'area cuscinetto su misura. Sullo sfondo resta da definire il futuro politico del regime di Assad, peraltro all’offensiva nel settore occidentale.

Strategia work in progress

Il nuovo attivismo americano deve tenere conto di questi difficili equilibri ma le potenze regionali e la Federazione russa non possono prescindere dall’interesse strategico dell'America. Il presidente Trump ha deciso proprio in questi giorni di fornire artiglieria pesante ai curdi per rafforzare il contrasto all’Isis, ma anche per sostenerne la presenza sui territori contesi e controbilanciare l’espansionismo turco nella fascia settentrionale siriana dove operano le milizie sostenute dal governo di Ankara.

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