Premio Nobel per la pace nel 2010, Liu Xiaobo è stato scrittore, docente e critico letterario. Attivista e laureato in letteratura, ha indirizzato la gran parte delle proprie energie psico-fisiche nella difesa dei diritti umani e civili all'interno del suo Paese, la Cina.

Partecipò in prima persona alle manifestazioni di Piazza Tienanmen, motivo per cui fu condannato a tre anni di reclusione all'interno di un campo di "rieducazione", accusato di voler sovvertire il regime. Si trovava attualmente all'interno di un ospedale situato nel nord-est della Cina, dove era stato trasferito recentemente in quanto gli era stato diagnosticato un tumore al fegato incurabile.

Fino al mese scorso, Xiaobo era detenuto all'interno di un carcere della provincia nord orientale di Liaoning. Lì stava scontando, dopo esser stato accusato dal governo per il reato di "sovversione", una pena di 11 anni. Questo per aver sottoscritto il manifesto "Charta 08", volto alla promozione di una serie di riforme politiche indirizzate alla democratizzazione della Repubblica popolare cinese. La sua figura era tornata alla ribalta proprio nelle ultime settimane, in quanto diversi paesi avevano chiesto formalmente alla Cina di poter accogliere Liu all'interno di proprie strutture ospedaliere per poterlo curare al meglio, ma il rifiuto era stato netto.

Liu e il popolo cinese

Controverso il rapporto di Liu Xiabo con la popolazione cinese. Al netto degli sforzi da lui compiuti nell'arco della sua vita per tentare di garantire un futuro migliore e più democratico alla Cina, agli occhi di gran parte dei suoi connazionali non era affatto un eroe, come scrive James Palmer su Foreign Policy, autorevole rivista statunitense dedicata alle Relazioni Internazionali.

Forse più uno che ''se l'era cercata''. Considerazione, questa, che viene usualmente estesa a tutti coloro che vengono considerati dissidenti. Molti cinesi, infatti, non hanno la forza, né tantomeno la volontà di opporsi a ciò che l'apparato burocratico potrebbe riservare loro nel caso in cui decidessero di affrontarlo. Motivo per il quale, quando il governo punisce qualcuno, la colpa dei trattamenti riservati viene automaticamente trasferita sulle vittime, colpevoli di non aver assecondato una forza moralmente troppo più grande di loro.

Secondo alcuni, addirittura, Liu avrebbe giocato a fare il dissidente solo per guadagnare notorietà e soldi, soprattutto in Occidente.

La reazione dell'Occidente

Il settimanale britannico The Economist spiega magistralmente perché la morte del dissidente cinese dovrebbe significare un qualcosa di molto importante anche per l'Occidente. Non troppo implicito l'invito fatto nell'articolo ai governi occidentali a non lasciarsi intimidire dalle rappresaglie economiche minacciate da Pechino. L'economia cinese, infatti, dipendendo logicamente dal commercio, subirebbe gravi conseguenze nel caso in cui l'Occidente si muovesse compatto nel fronteggiare tali minacce.

E restare in silenzio ha sempre un costo maggiore, in quanto consentirebbe a Xi Jinping (Presidente della Repubblica popolare cinese) di legittimare la sua convinzione che incarcerare chi dissente sia normale. Da ricordare che la Cina è firmataria della Dichiarazione Universale Onu, che recita: "Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti".

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