Dopo una lunga malattia, il 18 novembre si è spento Giorgio Antonucci: è stato un medico, uno psicoanalista che ha dedicato la sua vita alla lotta per i diritti umani, opponendosi anche fisicamente alla privazione di libertà a cui i pazienti psichiatrici erano e sono tuttora sottoposti.

Nato a Lucca nel 1933, Antonucci è stato un punto di forza e di riferimento dell'antipsichiatria in Italia; fondatore dell'approccio non-psichiatrico alla sofferenza psichica, assieme a numerosi incarichi: membro onorario dell'Associazione europea di psicoanalisi, cofondatore di Telefono viola, Membro del comitato scientifico di MusicArTerapia Globalità dei linguaggi.

Ha collaborato con il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani.

Nel febbraio del 2005 riceve a Los Angeles il Thomas Szasz Awaed per la "lotta contro lo stato terapeutico" e il Certificate of Recognition, dell'assemblea legislativa della California consegnatogli dal membro del parlamento Paul Koretz, per la difesa dei diritti umani tramite grazie al lavoro a favore dei pazienti psichiatrici.

L'impegno presso l'ospedale psichiatrico Lolli di Imola

Ha operato al fianco di Franco Basaglia a Gorizia e nel 1973 giunge all'ospedale psichiatrico "Lolli" di Imola, dove lavorò in reparti in cui vi erano ricoverati coloro che venivano considerati "i più pericolosi", dove i pazienti erano donne legate ai letti. Presso l'ospedale Lolli Antonucci abolì i trattamenti che venivano utilizzati in quei reparti: slegò i pazienti, si oppose e mai fece ricorso al Trattamento Sanitario Obligatorio (TSO), abolì i sistemi di contenzione fisica e l'uso di psicofarmaci, resituì vita e dignità alla gente.

Egli sfidò le credenze che venivano considerate assolute, utilizzò un approccio relazionale umano, fatto di comunicazione e compassione, trattando la sofferenza mentale nel modo più rispettoso e dignitoso possibile.

Antonucci, assieme al professor Cotti, direttore dell'ospedale, abbatterono i muri che separavano i cortili e restituirono libertà alle persone. Grazie a loro si è giunti al superamento di due manicomi di Imola.

L'approccio no-psichiatrico

Antonucci si fa concretamente e ideologicamente portatore di un approccio non-psichiatrico.

Egli rifiuta il TSO come approccio scientifico e medico alla sofferenza poichè coercitivo e contro la volontà della persona; riporta il patologico al sociale, evidenziando il gioco politico delle concezioni mediche ricondotte alle relazioni di potere fra gruppi sociali. Infatti, Antonucci affronta più volte il tema del pregiudizio psichiatrico che si perpetua nella determinazione della diagnosi, che egli stesso nega: l'esordio della sofferenza dipende anche dal fatto che le esigenze e espressioni di libertà spesso contrastano con gli standard sociali e culturali.

Il medico lucchese inoltre rifiuta l'uso di psicofarmaci e sedativi, opponendo la bellezza e l'etica del dialogo e della relazione umana; si oppone a tutti gli strumenti e metodi che violano la libertà e salute della persona come l'elettroshock etc., ribadendo che "il manicomio non è solo un edificio, ma un criterio" .