L’episodio di Pesaro di ieri, 19 novembre, dove il cartello della scuola dedicata ad Anna Frank è stato imbrattato da svastiche e frasi inneggianti all’odio razziale e alla guerra, sembra riportare in luce un tema molto importante: occorre non dimenticare quanto successo nel passato, conoscere l’orrore di queste epoche e delle sue crudeli filosofie, impostate sull’odio e sulla discriminazione, e fare in modo che non vengano mai a ripetersi.

È compito comune quello di fortificare la memoria di questi avvenimenti al fine di prevenirne l’emulazione e l’idolatria. Episodi come questi non possono passare inosservati: il nome di una ragazza che rimase nascosta per più di due anni in un rifugio di fortuna, ricavato dietro una libreria, la cui famiglia venne deportata e torturata dai nazisti, viene usato per dare sfogo al più cieco odio, non curandosi di quanto successo in passato e del fatto che quegli anni e quegli avvenimenti rappresentano uno dei periodi più cupi della storia dell’umanità.

Forse la chiave di lettura di questo avvenimento sta proprio in quell’ignoranza, di cui il sindaco di Pesaro accusa gli artefici delle scritte, che rende alcune persone avulse dalla realtà e dall’eredità storica di cui ogni cittadino dovrebbe essere custode.

Il livello sociale

Un esempio di trasposizione a livello sociale del bisogno di non dimenticare alcuni fatti ed avvenimenti è la celebrazione del 27 gennaio come Giornata della Memoria, istituita tramite legge e riconosciuta a livello internazionale dall’Associazione delle Nazioni Unite come giornata di commemorazione delle vittime dell’olocausto.

In questa occasione cerimonie, iniziative e manifestazioni sono organizzate in obbedienza al motto “per non dimenticare”, al fine di conservare la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia, affinché simili eventi non possano mai più accadere (art.2 L.211/2000)

La memoria costituisce anche a livello sociale un collante e una forma di sopravvivenza: attraverso disegni e pitture, attraverso racconti tramandati oralmente o per iscritto, attraverso forme di archiviazione mentali o digitali, gli esseri umani hanno sempre trovato nella memoria un modo di sopravvivenza, adattamento e crescita.

Essa svolge la funzione di dare continuità e coesione alla vita collettiva: su questa linea di pensiero, le cerimonie e i rituali sociali, che vengono celebrati periodicamente, servono a rinforzare i legami del tessuto sociale e invogliare alla partecipazione, dando fiato al comune sentire.

Internet e i sistemi informatici, smartphone e pc hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione nel modo di pensare alla memoria.

È come se, data la facilità con cui oggi le informazioni sono reperibili e a portata di click, avessimo demandato a forme di archiviazione esterna la nostra capacità di memorizzare dati e informazioni. Piuttosto che memorizzare un numero di telefono, ad esempio, si preferisce oggi archiviarlo velocemente nella rubrica dello smartphone, amico fidato e sempre pronto al bisogno. Il web e tutte queste tipologie di archiviazione digitali rappresentano senz’altro un’enorme possibilità, con potenzialità sconfinate, e hanno messo in atto una democratizzazione dell’informazione di cui tutti abbiamo usufruito e stiamo godendo (salvo poi dover fare i conti con le sue degenerazioni, come la proliferazione di fake news).

È forse questa volatilità, legata alla dimensione digitale e al mondo online, che rende alcune persone ormai indifferenti alle immagini di devastazione e guerre, presenti e passate, che ogni giorno proliferano sul web. Questo lascia spazio ad azioni reali, frutto di emulazioni e inneggiamenti a filosofie passate, che si ripetono come all’interno di una realtà fittizia, in cui le azioni perdono di responsabilità civile e morale, e tutto viene trasformato in un gioco.

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