È scioccante, ma non nuova, la scoperta fatta dai carabinieri a Saviano l’8 febbraio. Quello che poteva essere un normale quadro famigliare, due genitori e due figli, in realtà si è rivelato una raccapricciante relazione tra aguzzini e vittima. La madre, il padre e la figlia “sana” tenevano bloccato al letto il figlio trentaseienne e malato di mente, in condizioni preoccupanti con tanto di lucchetti e catena alla caviglia. Subito sono intervenuti i soccorsi a salvarlo, mentre il resto della famiglia è stato immediatamente arrestato.

Quali sono le ragioni di un tale comportamento?

Le ipotesi per cui la casa si è trasformata in un luogo di prigionia sono drammatiche: i genitori non volevano che il loro figlio psicotico potesse uscire di casa. Se fosse questa la vera ragione continua a persistere, nel ventunesimo secolo, l’idea che la malattia mentale sia da reprimere e nascondere e non da curare.

Si ipotizza anche che la famiglia temesse che il trentaseienne potesse scappare di casa. Ad ogni modo, esistono ben altri rimedi per evitare uno scenario simile, rimedi che non prevedono lucchetti e catene, ma maggiore attenzione e premura.

Eppure, ai loro occhi era tutto regolare. Tenere il figlio in quel modo, in una casa dalle condizioni igieniche degradanti, rientrava nella loro normale vita quotidiana.

Bisogna aggiungere che i restanti componenti della famiglia erano tutti disoccupati e che, forse, allora vedevano nel figlio affetto da disturbo mentale una fonte di spesa consistente, troppo per i loro conti in banca, ma anche come un possibile mezzo di sfogo per le loro frustrazioni.

Insieme alla situazione economica precaria, potrebbe aver influito anche una base di ignoranza e bassa cultura. Tutte ipotesi che spetterà ai carabinieri di Saviano confermare o respingere.

Manicomi fatti in casa

La vicenda di Saviano non fa che riportare alla mente gli scenari dei manicomi prima della riforma di Franco Basaglia. Queste strutture, più che centri di cura, erano luoghi di reclusione sociale.

Fa riflettere, inoltre, che in quei posti non ci fosse spazio solo per i cosiddetti pazzi, ma anche per giovani ragazze madri: i parenti volevano nascondere in questo modo il disonore della famiglia.

Il malato mentale veniva maltrattato e abbandonato a sé stesso. Le medicine non differivano da paziente a paziente, perché l’obbiettivo non era curare, ma contenere. I mezzi a cui si ricorreva erano perlopiù barbarici, come le vasche di idroterapia, dove i pazienti venivano bloccati nell’acqua ghiacciata, la lobotomia, l’elettroshock e altri ancora. La poetessa Alda Merini, nel libro "L’altra verità", definiva la stanza che precedeva quella della T.E.C.

come l’anticamera degli orrori. Mentre in "The Knick", un telefilm ambientato agli inizi del Novecento, veniva mostrato come uno psichiatra ricorresse all’uso dell’estrazione dei denti di una paziente malata di mente, perché convinto che la malattia mentale provenisse da lì. In questi ambienti tutto sembrava lecito, perché i pazienti, o forse sarebbe meglio dire i prigionieri, erano scarti della società, individui inutili, accartocciati nella loro stessa degenza.

Gianni Berengo Gardin, celebre fotografo del bianco e nero, ha mostrato in un reportage la realtà manicomiale italiana degli anni ’70.

Le foto sono crude e dure come quella dell’uomo bloccato con la camicia di forza e quella delle donne nel cortile esterno, dall’aria assente e dai corpi stanchi, abbandonati dalla loro stessa anima. Si moriva, in quei posti, pur continuando a vivere. Questi luoghi d’orrore rivivono nelle case di oggi, anche se fortunatamente con livelli di violenza ridotti. Il ritrovamento del trentaseienne a Saviano non è il primo caso di questa repressione e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultimo.

Uno sguardo più ampio

Non sono poche le persone malate, povere, disoccupate, giovani o anziani che siano, che sono lasciate a loro stesse.

Nessuno interviene o chi interviene non riesce a fare abbastanza. Ci vorrebbero più attenzioni e maggiori cure; il problema è che non è facile ottenerle, non è facile allungare una mano e aiutare tutti.

Ma bisogna cominciare a farlo. E l’informazione è uno strumento da non sottovalutare, dal momento che diffonde tanta verità, ma altrettanta menzogna e ignoranza a cui la gente finisce inevitabilmente per credere. Un caso scioccante e recente di questa mala informazione è quanto accaduto in Inghilterra riguardo l’uso della candeggina come "cura" per l'autismo. Possibile che ancora nel ventunesimo secolo si ricorra a lucchetti, catene e a “bevande magiche” per reprimere o guarire un malato che, invece, avrebbe bisogno di vere cure?

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