“Spero che questa sera i genitori di Martina Rossi ricevano una telefonata di scuse da parte dei giudici spagnoli”. È polemico Luca Fanfani, avvocato di parte civile, insieme al collega Stefano Savi, nel processo di primo grado che si è appena concluso ad Arezzo. Nel corso del dibattimento è stata riscritta la storia di quello che, troppo frettolosamente, era stato dipinto come un suicidio dai magistrati del Paese iberico. Ma i genitori della ragazza, scomparsa a soli 20 anni, non hanno mai creduto a questa tesi e hanno lottato a lungo per far condannare i due giovani che erano con la figlia nella camera d’albergo in cui doveva essere successo qualcosa, prima che Martina precipitasse nel vuoto, da un balcone del sesto piano dell’hotel Santa Ana a Palma di Maiorca il 3 agosto del 2011.

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La disperata fuga da un tentativo di stupro

Il verdetto del processo contro Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, coetanei della giovane provenienti da Castiglion Fibocchi, paese dell’Aretino, chiarisce cosa è accaduto quella notte in Spagna.

I giudici hanno infatti condannato gli imputati a sei anni ciascuno per i reati di tentata violenza di gruppo e morte come conseguenza di altro reato. Al ritorno dalla discoteca le due amiche di Martina si erano appartate in camera con due ragazzi della stessa comitiva degli imputati.

Rimasta sola, la ragazza sarebbe stata oggetto di un tentativo di violenza carnale da parte dei due amici. A provare questa tesi alcuni particolari, come i graffi sul collo di uno dei presunti aggressori ed il fatto che la vittima non indossasse più i pantaloncini, che probabilmente le erano stati già sfilati.

Inoltre, durante un’intercettazione registrata prima di un interrogatorio a Genova, Albertoni e Vanneschi, parlando tra loro, avevano fatto un esplicito riferimento al loro tentativo di violenza nei confronti della giovane.

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La ricostruzione dei pm e la tesi della difesa

Secondo la ricostruzione del procuratore Roberto Rossi, per sfuggire ai due, Martina avrebbe provato a scappare attraverso il balcone, superando il muretto che lo separava da quello di una camera adiacente. La miopia della ragazza, priva in quel momento di occhiali, e la concitazione fecero sì che, durante questa fuga, perdesse l’equilibrio e cadesse nel vuoto.

I due avvocati della difesa, Tiberio Baroni e Stefano Buricchi, avevano invece tentato, durante tutto il dibattimento, di avvalorare la tesi del suicidio.

Secondo la loro ricostruzione dei fatti, il parapetto – alto solo un metro e largo circa 40 centimetri – era facilmente superabile.

Inoltre i legali, forti della precedente sentenza spagnola, avevano ricordato la testimonianza di Francesca Puga, la cameriera che aveva assistito alla caduta, secondo la quale la giovane, apparentemente sola in quel momento, era precipitata in silenzio, senza urlare, come sarebbe stato naturale in caso di un incidente.

Infine avevano fatto riferimento alla fragile situazione psicologica della ragazza, che aveva compiuto in passato anche gesti di autolesionismo.

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Ed è stata proprio questa continua offesa alla memoria di Martina ad aver dato la forza ai suoi genitori per andare avanti fino alla sentenza. “Mia figlia era molto bella e piena di vita, ma per sette anni è stata dipinta come una persona malata” ha commentato Bruno Rossi, il padre della ragazza.